Marsala (Maissala nel tipico dialetto locale) è un comune italiano di 82.520 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia. E' il primo comune della Provincia di Trapani per popolazione e quinto della Sicilia. È Città del Vino dal 1987. 

Sorge sulle rovine dell'antica città punica di Lilibeo (Lilibeum in latino), dal cui nome deriva l'appellativo di lilibetani (oltre a quello di marsalesi) per i suoi abitanti. 

Nei suoi 250 km² di estensione ha un ricco patrimonio culturale e paesaggistico; il suo territorio comprende, ad esempio, la riserva naturale regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala, tra cui l'isola di Mozia, antica città fenicia, scavo archeologico a cielo aperto. 

Geografia fisica

Punta estrema occidentale della Sicilia la città sorge su Capo Boeo, con vista sulle isole Egadi e sulle isole dello Stagnone (queste ultime fanno parte del territorio comunale). Proprio l'arcipelago dello Stagnone è una delle zone più suggestive della città, essendo riserva naturale e avendo un ricco patrimonio storico. 

Mothia (una delle isole) infatti fu insediamento fenicio che diede origine alla attuale città. Quando infatti i siracusani riuscirono a espugnare Mothia dopo innumerevoli e vani assedi la distrussero. I sopravvissuti fondarono, insieme ai nuovi padroni romani, Lilybaeum proprio dove oggi sorge Marsala.

Marsala ha origini molto antiche.Nell'VIII sec. a. C., i Fenici fondarono,nella vicina laguna dello Stagnone, la città di Mozia. Furono poi i profughi di Mozia, scampati all'invasione e alle distruzioni di Dionisio I di Siracusa (397 a. C.), a fondare Marsala, che divenne, probabilmente già col nome di Lilibeo, una importante base militare cartaginese, difesa da una formidabile cinta muraria, della quale restano visibili tracce. Caduta sotto il dominio romano (forse solo da allora si chiamò Lilybaeum), fu la base di partenza per la spedizione contro Cartagine, guidata da Scipione detto, poi, l'Africano. 

Nel 397 a.C. la colonia fenicio-punica di Mozia, fiorita 8 secoli prima di Cristo sull'isola di San Pantaleo, a poche miglia dalla costa della Sicilia sud-occidentale, fu invasa e distrutta dal tiranno di Siracusa Dionisio I.

Resti del basamento di una torre punicaI superstiti si rifugiarono sulla costa siciliana e fondarono un nuovo insediamento a cui diedero il nome di Lylibeo, ossia "la città che guarda la Lybia", perché, appunto, Lybia veniva chiamata allora tutta la costa settentrionale dell'Africa. 

La Lylibeo cartaginese passò in mano ai romani nel 241 a.C. per divenire uno dei centri più importanti della Provincia siciliana: nucleo di scambi e commerci, sede del pretore e del questore, fu arricchita di ville ed edifici pubblici, tanto da meritarsi l'appellativo di splendidissima urbs datole da Cicerone, questore tra il 76 e il 75 a.C. 

Ai Romani, succedettero i Vandali di Genserico e poi i Bizantini.Quando la città passo' ai Musulmani, fu chiamata Marsa Alì o Allah (porto di Allah) da cui Marsala. Per tutto il Medioevo ebbe straordinaria fortuna come importante centro di commerci e di traffici. I Normanni conquistaronoMarsala nel 1072, riedificarono il castello e costruirono chiese e conventi.Verso la metà del XVI secolo, iniziò un periodo di decadenza economica, ma la città, ancora fortificata da una robustacinta muraria, continuo' ad essere sede di un presidio militare e ad avere un importante ruolo strategico. 

Resti di una necropoli ellenico-romana Devastata dai Vandali all'inizio del V secolo d.C., fu annessa nel VI all'impero di Giustiniano e visse secoli bui, segnati dal disinteresse di Bisanzio e dalle incursioni dei pirati. L'arrivo degli arabi, nel IX secolo, segnò anche la ripresa dei traffici commerciali e l'inizio della rinascita della città, che fu ribattezzata Marsa ʿAlī "Porto di ʿAlī" ovvero "Porto Grande" ("Alì", nome del cognato e genero del profeta Maometto, era ed è usato in arabo come sinonimo dell'aggettivo "grande") data la grandezza dell'antico porto sito presso Punta d'Alga (meno probabile Marsa Allah, cioè "porto di Dio), donde poi il nome attuale. La crescita economica e demografica portò ad un importante sviluppo urbanistico, improntato al modello arabo. 

Tuttavia esistono tuttora dei compromessi per quanto riguarda l'origine dell'attuale nome della città. Oltre alle ipotesi succitate, esiste anche una terza secondo la quale Marsala derivi da mare salis, ovvero "saline al mare" per la presenza delle saline nella costa settentrionale. 

A partire dalla fine dell'XI secolo si susseguirono le dominazioni normanna, sveva, angioina e aragonese. Sotto la dominazione della casa spagnola, Marsala poté godere di un periodo di sviluppo e benessere, grazie al porto e alla coltivazione del fertile entroterra. La città visse una nuova fase di espansione e divenne una delle più importanti piazzeforti siciliane. 

Ma l'interramento del grande porto di Punta d'Alga, disposta nel 1575 dall'imperatore Carlo V per fermare le incursioni saracene, segnò la fine di questa fioritura. Da questo momento bisogna aspettare due secoli per avere un'altra svolta nella storia della città. 

Alla fine del Settecento, fu ancora una volta un arrivo dal mare a cambiarne le sorti: l'approdo dell'inglese John Woodhouse che "inventò" il vino marsala. Il Woodhouse, infatti, assaggiando il vino prodotto dai contadini locali, un vino "perpetuo" e caratterizzato da una naturale alta gradazione alcolica, lo ritenne di qualità eccellente. Il vino marsalese non erà però adatto al trasporto: per ovviare al problema Woodhouse sperimentò con successo l'aggiunta di alcol nel vino, garantendone in questo modo la stabilizzazione. Egli ne avviò, quindi, l'esportazione annoverando in seguito, tra i suoi più illustri clienti, l'ammiraglio Nelson e la flotta britannica. Il vino così "inventato" da John Woodhouse fu quindi in grado di affrontare vittoriosamente, specialmente nella variante secca, il confronto col Madera e col Porto. Si deve ai Woodhouse l'esplosione dell'economia marsalese e la messa in opera con propri fondi di numerose opere infrastrutturali tra cui il nuovo porto di Margitello, l'attuale porto di Marsala. 

Proprio in questo porto avvenne un altro sbarco importante per la storia della città: quello di Giuseppe Garibaldi che, sbarcando a Marsala l'11 maggio 1860 con i suoi Mille, decise di iniziare proprio da qui l'unificazione dell'Italia. 

Nella storia di Marsala vi è però anche un altro 11 maggio, un triste ricordo per la cittadinanza, quello del 1943: un bombardamento britannico sul centro abitato causò numerose vittime tra i civili e sfregiò perennemente il centro storico barocco della città. Proprio per il sacrificio di numerose vite umane a Marsala è valsa la medaglia d'oro al valor civile. 

da wikipedia

Centro storico

In piazza della Repubblica si trovano il Duomo ed il palazzo della Loggia, sec. XVIII, un tempo sede dell'amministrazione comunale. A pochi passi, nella via XI Maggio che rasenta la piazza, si trovano la chiesa di San Giuseppe, secoli XVII e XVIII, alcuni nobili palazzi, e la chiesa e il convento di San Pietro; la chiesa è del 1659, ha un bel rosone, e I'interno è splendidamente decorato; il convento, del l519, restaurato, è oggi un Centro culturale polivalente, ed ospita la Biblioteca comunale "Salvatore Struppa", che ha codici e manoscritti del '500 e del '600. Proseguendo sulla stessa via, si arriva all'edificio dell'ex Collegio gesuitico, sede della Pinacoteca civica di arte contemporanea. 

Dietro il Duomo, in via Garraffa n. 57, è stato allestito il Museo degli arazzi, con otto splendidi tessuti fiamminghi del XVI sec., che raffigurano Episodi della guerra di Tito contro i Giudei. Tornati in piazza della Repubblica, si pssono raggiungere, a destra, via Garibaldi e la porta di Mare, detta porta Garibaldi, in ricordo dello sbarco dei Mille, avvenuto il giorno 11 Maggio 1860 (si spiega così anche il nome della via, prima citata). 

È qui il Municipio di Marsala, in un palazzo del XVI secolo, di basso profilo, che fu il quartiere del presidio militare spagnolo e di quello borbonico. Come ognuno potrà vedere, muovendosi nelle strade e nelle piazze di questa città, altri edifici meritano di essere considerati: la chiesa dell'Addolorata, in direzione del porto, con facciata convessa elegantemente decorata; la chiesa del Carmine, XVI secolo, nell'omonima piazza, con portico,facciata a tre archi, torre campanaria isolata, e massiccia pianta ottagonale; la chiesa di San Francesco sec. XVIII, con bel portale; la chiesa dell'Itriella, edificata nel sec. XVI, di grande dignità per la raffinatezza della decorazione, ancora evidente malgrado lo stato di degrado dell'esterno; la chiesa di Santa Maria della Grotta, scavata nella roccia in età norrnanna, e ristrutturata nel XVIII secolo, suprogetto di Giovanni Biagio Amico. 

Seguendo il lungomare verso ovest, si giunge al baglio Anselmi dov'è allocato il Museo archeologico. 

Il baglio, legato alla produzione vinicola, tipica della zona, è una architettura chiusa, quasi come un fortilizio, che si diffonde dal Settecento. Il Museo, è preceduto,in funzione didattica, da una sala con pannelli espositivi e quadri luminosi,che stimolano alla visita, e guidano nella ricchezza e qualità dei materiali esposti. I primi sono reperti preistorici delle località circostanti. Si continua poi con Mozia punica, e con reperti delle necropoli di Lilibeo, distinti per fasi cronologiche. 

In una grande sala a parte, a destra dell'ingresso, si conservano i resti di una nave punica, ritrovata nelle acque dello Stagnone nel 1969, un esempio unicodi nave di questo tipo; sono stati anche recuperati numerosi oggetti del carico: e pietre di zavorra e altro materiale di corredo alla nave. Un po' prima del Museo archeologico, sulla destra, isolata nella vastissima piazza, è la graziosa chiesetta di SanGiovanni, sita sopra una grotta (cheera forse un battistero paleocristiano),alla quale è stato dato il nome di Sibilla Lilibetana, assecondando la leggenda della Sibilla, che vi avrebbe avuto dimora e sepoltura. In questa parte della città, sono visibili i resti delle mura puniche.

Due gruppi di tombe di quell'età, utilizzate anche in epoca romana, si trovano in via Struppa e in via del Fante. Proseguendo sul lungomare,oltre il Museo archeologico, si
giunge alla punta occidentale della città, detta Capo Boeo. Qui è un’insula della città antica del III-IV sec. d. C. - il parco archeologico elienistico-romano -con resti di abitazioni romane, un piccolo edificio termale, ed alcune stanze decorate con mosaici policromiche sembrano riflettere motivi del vicino repertorio musivo dell'Africa settentrionale. Un mosaico è particolarmente bello: la Medusa, in vari toni di colore; un altro si trova a Palermo nel Museo archeologico regionale. 

In piazza Castello è appunto il castello normanno. Oggi è il carcere di Marsala.

Scavi archeologici

Gli scavi sono stati avviati negli anni settanta con il rinvenimento di un'insula romana di Lilibeo. Gli anni 2000 stanno segnando una svolta: non ultime le scoperte del decumano massimo, della Venere Callipige del II secolo e di innumerevoli tracce di civiltà antiche (camere mortuarie, pavimentazioni, utensili, resti di abitazioni e di strade).

In particolare, nel 2007, nello scavo di San Giovanni, è stata rinvenuta la pavimentazione cinquecentesca dell'omonima chiesa, e nello scavo adiacente ad essa, una colonna crollata su una pavimentazione in marmo bianco. In tutti gli scavi dell'area, gli strati di terra visibili sono un mix di terra e pezzi di terracotta, anfore, monete, e vari segni dell'antica civiltà. 

Nel mese di luglio del 2008, è stata scoperta una statua di Iside, e diverse scritture che anticipano la presenza di un tempio di Ercole nella zona archeologica di Porta Nuova, destinata ad occupare una posizione centrale nel contesto delle città puniche della Sicilia (Mozia e Lilibeo, due delle quattro città puniche della Sicilia insieme a Solunto e Palermo, si trovano a Marsala).

 

Wikipedia

 Museo Regionale Baglio Anselmi

 

Seguendo il lungomare verso ovest, si giunge al baglio Anselmi dov'è allocato il Museo archeologico.


Il baglio, legato alla produzione vinicola tipica della zona, è una architettura chiusa, quasi come un fortilizio, che si diffonde dal Settecento.

Il Museo, è preceduto, in funzione didattica, da una sala con pannelli espositivi e quadri luminosi, che stimolano alla visita, e guidano nella ricchezza e qualità dei materiali esposti. I primi sono reperti preistorici delle località circostanti. Si continua poi con Mozia punica, e con reperti delle necropoli di Lilibeo, distinti per fasi cronologiche.

È il maggior museo marsalese secondo importanza e numero di reperti. È stato istituito ad hoc per ospitare un reperto tra le maggiori attrazioni di Marsala, ovvero la nave punica di Marsala, una nave ritrovata presso punta alga, sul litorale nord.

Fu usata durante la Battaglia delle Isole Egadi, che concluse la Prima guerra punica, ed è un unico esemplare al mondo, importantissimo per lo studio della tecnica navale Fenicia.

Ritrovata nelle acque dello Stagnone nel 1969 dalla Archeologa Miss Honor Frost, cittadina onoraria di Marsala. La nave è un esempio unico di nave di questo tipo; sono stati anche recuperati numerosi oggetti del carico, pietre di zavorra e altro materiale di corredo alla nave.

La Venere di Marsala, ritrovata recentemente, conservata nel Museo regionale Baglio Anselmi. Oltre ad essa si trovano numerosi reperti ritrovati nel territorio marsalese e documentazioni su alcune case romane sparse per la città, prova dell'intensa attività edilizia che interessò la cittadina durante l'età romana imperiale.

Wikipedia


Nave Punica 

Nave Punica

Il relitto della nave punica di Marsala custodito nel Museo Archeologico Baglio Anselmi di Marsala è un esemplare unico al mondo.

È stato rinvenuto a pochi metri sotto il livello del mare nel tratto prospiciente l'attuale Punta Scario, nei pressi del canale artificiale punico (“fretum intraboream”) che oggi è andato perduto. Il rinvenimento della nave è avvenuto tra gli anni 1971 e 1974 nel corso di un recupero diretto dall'archeologa Honor Frost, cittadina onoraria di Marsala. 






 

 

 

Miss Honor Frost 

 

 

 

tavole della nave punica (disegni di M.E. Leek nella
ricostruzione di H. Frost)

 

 

 

La struttura della nave
Della nave punica si è conservata la parte poppiera e la fiancata di babordo, per circa 10 metri di lunghezza e 3 di larghezza. Rossella Giglio ipotizza che: «[...] ipoteticamente la lunghezza era di m. 35, la larghezza di 4,80, la stazza di tonnellate 120, con un possibile equipaggio di 68 vogatori, 34 per lato, che azionavano i 17 remi di ogni fiancata.».



La nave punica era costruita secondo la tecnica detta «a guscio portante», basata sulla realizzazione prima del fasciame e poi della struttura interna. La parte esterna era rivestita da lamiere di piombo, fissate con chiodi di bronzo, mentre un tessuto impermeabilizzante stava in mezzo tra il fasciame ed il rivestimento metallico. La parte interna, invece, era costituita da madieri e ordinate, rispettivamente costruite in quercia e acero le prime, e in pino e acero le seconde, mentre il fasciame era realizzato in pino silvestre e marittimo. I segni geometrici che si trovano sulla nave costituivano le linee-guida per la costruzione della stessa e costituiscono, già da soli, una testimonianza di grande importanza.

I trattamenti per la conservazione
Dopo il rinvenimento, i legni vennero dapprima messi in vasche d'acqua dolce e, successivamente la nave venne reimmersa in una vasca con cera sintetica (polietelene glycol – PEG 4000 ad alta percentuale) dissolta in acqua a diverse concentrazioni e temperature.

La nave punica venne poi esposta nel museo nel 1978, ma per 21 anni rimase sotto un telone in quanto le condizioni architettoniche del museo non erano idonee per la sua corretta esposizione; infatti la si poteva ammirare soltanto tramite alcune finestrelle di plastica trasparente poste lungo le fiancate della copertura.

Nel maggio del 1999, ultimati i lavori che permisero la creazione di un clima adatto ad una conservazione ottimale, attraverso l'installazione di impianti di climatizzazione per mantenere umidità e temperatura costanti, venne tolto il telone e la nave fu esposta al pubblico.

Storia
Per quanto riguarda la fabbricazione di navi, i punici erano famosi in tutto il mar Mediterraneo per l'abilità e la velocità con cui le costruivano. Questi infatti usavano una tecnica molto particolare che consisteva nel costruire pezzi singoli di nave, dei “prefabbricati”, che venivano segnati con lettere e segni particolari, creando una sorta di puzzle, che permetteva in modo semplice e veloce il riassemblaggio in un oggetto unico.

A Marsala in un primo momento vennero esposti solo i pezzi di legno disassemblati, mentre la nave intera fu assemblata solo dopo che alcuni tecnici locali, i fratelli Bonanno, costruttori di barche e navi, riuscirono a ricostruire l’imbarcazione sotto la guida di Austin P. Farrar, un ingegnere navale della missione di scavo inglese, grazie alle lettere e ai segni presenti sul materiale recuperato.

Naturalmente va detto che non furono rinvenuti tutti i pezzi originari. Fu trovata solamente una parte di questi, ovvero la poppa e la fiancata di babordo, mentre altri pezzi sono stati montati su supporti appositi, visibili ad occhio nudo a causa del differente colore del legname.

I materiali trovati a bordo
Al momento della scoperta furono trovati, tra i resti dello scafo, anche altri oggetti che facevano comunque parte dell’imbarcazione o che appartenevano ai membri dell'equipaggio:

sassi usati per zavorra che, con molta probabilità, provenivano dalle coste laziali;
ossa di animali tagliate a pezzi;
noccioli d'oliva e gusci di noce (forse la nave affondò in un periodo autunnale o invernale, data l'assenza di resti di frutta fresca);
foglie di cannabis sativa (forse utilizzata per alleviare le fatiche dei marinai);
scopa in sparto (fibra vegetale utilizzata ancora oggi per fare i panieri);
corde “piombate”, ossia intrecciate e rinforzate grazie a uno strumento in legno terminante a punta e che ancora oggi viene utilizzato (la caviglia);
boccali, piatti, ciotole, un mortaio, tappi di sughero;
un pugnale.

Questi, e altri reperti, sono stati analizzati con il carbonio 14 e concordano nel datare la nave alla metà del III secolo a.C.

Nave da guerra o nave oneraria?
Sono numerose le questioni ancora aperte sulla nave punica di Marsala. Prima di tutto ci si chiede ancora se fosse una nave da guerra o una nave oneraria anche se addirittura c'è chi mette in dubbio che fosse effettivamente una nave punica. Caratteristica importante di questo tipo d'imbarcazione era il rostro, elemento tipico delle navi puniche da guerra, una punta di bronzo o lignea posta sulla prua sotto il livello del mare, che serviva a speronare le navi nemiche e che dopo lo scontro si staccava dalla chiglia facendo affondare la nave speronata. Anche se della nave di Marsala si conserva solo una parte della poppa, gli studiosi suppongono che a prua ci potesse essere un rostro, proprio come quello che si è trovato nel 2004 a Trapani[1] in quanto intorno ai legni ricurvi del lato di prua sono state rinvenute tracce di tessuto imbevuto di resina e un frammento di lamina di piombo. Ciò fa pensare che probabilmente questa nave fosse una nave da guerra, teoria sostenuta dall’archeologa Honor Frost, dalla Giglio e da molti altri studiosi.

A favore di questa tesi, ci sarebbe anche la questione della datazione, che il test del carbonio 14 fissa alla metà del III secolo a.C. Sulla scorta di questi dati la Giglio sostiene che la nave «con tutta probabilità affondò il 10 marzo del 241 a.C., nel corso della battaglia navale combattuta nel mare delle Egadi che concluse la prima guerra punica».

Maurizio Vento, al contrario, sostiene che si tratta di una nave da trasporto, in quanto le misure e la forma coincidono con quelle delle classiche navi puniche onerarie. Egli inoltre sottolinea che l’identificazione fatta dalla Frost fosse più legata al fatto che all’epoca del rinvenimento, il ritrovamento di una nave punica da guerra costituiva un vero e proprio sogno per gli archeologi. Come scrive infatti la Frost alla vigilia del rinvenimento: «[…] Ancora una volta non si può dire niente fin quando uno scavo sarà stato realizzato, eccetto che la scoperta di una nave da guerra antica è da un secolo il vecchio sogno degli archeologi navali. Nessun relitto di questo genere è stato mai scoperto […]». Sono affermazioni che svelano, secondo Maurizio Vento che «prima ancora che fossero visitati scientificamente i reperti» esisteva il proposito «di voler materializzare quel sogno, non tenendo conto di molti fattori che, pur messi in luce da tempo, vengono generalmente trascurati».

I dubbi di Vento vengono alimentati ulteriormente anche dal fatto che in questa nave si sia trovato « il vasellame (ciotole, macine per granaglia, poche anfore per l’acqua potabile, per il vino e per la salsa di pesci), i rifiuti degli alimenti (come resti ossei di animali da cacciagione o come resti vegetali quali noccioli di frutta secca, di olive in salamoia), numerosi oggetti (come legna da ardere, tappi di anfore, cordami, canapa per spaghi e stoppa, pece, punteruoli per funi, attrezzi da pesca) che fanno tutti parte del normale corredo delle navi onerarie e sono presenti pure a bordo della nave punica di Marsala» – e, invece, non si sono trovati – «i moltissimi remi (che permettevano le rapide mosse strategiche per colpire il fianco della nave nemica), le catene dei numerosi rematori e i banconi dove sedevano» – ma soprattutto – «il rostro bronzeo tricuspidato, le varie armi (scudi, corazze, spade, pugnali ecc.), e poi materiali di ricambio, argani, carrucole, arnesi vari, e tutto ciò che è facile immaginare fosse il consueto corredo di una nave bellica».

Un’altra considerazione importante viene fatta da Piero Bartoloni citato da Maurizio Vento, e cioè che «le navi onerarie di Cartagine erano lunghe tra i 20 e i 30 metri, con una larghezza compresa tra i 5 e i 7 metri, e avevano un tirante d’acqua di circa un metro e mezzo, analogo all’altezza dell’opera morta» - e ancora - «tra la carena ed il pagliolo era situata la zavorra, costituita da pietrame in schegge ed eventualmente sostituita con sabbia se il carico era costituito da anfore; per attutire gli urti delle pietre contro i corsi, veniva disposta una coltre di fogliame.

Lo stesso carico costituiva parte necessaria della zavorra, come è dimostrato indirettamente da una delle navi puniche di Punta Scario, all’interno della quale è stata rinvenuta una certa quantità di pietrame che, a quanto risulta dalle analisi effettuate, proveniva probabilmente dalla costa settentrionale del Lazio».

E conclude dicendo che «questo rinvenimento, secondo il nostro avviso, dimostra che la nave in questione era giunta carica nel porto etrusco e che, una volta scaricati i prodotti importati e non essendovi nulla da caricare per il viaggio di ritorno, la sua zavorra era stata sostituita con del pietrame locale». Maurizio Vento conclude dicendo che «la nave oneraria […] sarebbe dunque naufragata per un errore del nocchiere, dovuto o ad imperizia o più probabilmente a cause naturali (come, ad esempio, una tempesta), al momento di virare nei pressi del Borrone, lungo l’unica rotta praticabile che consentisse di approdare in quella che un tempo era stata la Cartagine siciliana».

 Wikipedia


 

Museo Garibaldino
 

Museo Civico, Sezione Risorgimentale e  Garibaldina
fondato da Giacomo Giustolisi

Il Museo è un'esposizione permanente di cimeli risalenti al periodo risorgimentale, che si trova all'interno del Complesso monumentale San Pietro.

All'interno della sala "Giacomo Giustolisi" è stato ricostruito un suggestivo percorso storico-artistico che comprende abiti d'epoca, le uniformi e le armi dei Mille, documenti originali, un ricco archivio fotografico e persino una poltrona in damasco su cui riposò Garibaldi dopo lo Sbarco a Marsala.

Dopo aver attraversato la sala principale del museo si accede alla saletta dedicata ai Mille e al Mito, in cui si trovano ritratti, quadri, foto e stampe d'epoca che raffigurano i volti degli uomini e dei ragazzi che sposando lo spirito del Risorgimento diedero un contributo fondamentale al processo di unificazione nazionale.

Gran parte del materiale presente è stato negli anni raccolto da alcuni marsalesi che hanno mostrato una particolare attenzione all'epopea risorgimentale. Tra questi, una menzione particolare va riservata alla famiglia Giustolisi, che negli anni ha profuso un convinto impegno per la realizzazione del museo, mettendo a disposizione della città la propria collezione privata.

Fanno parte dell'esposizione permanente anche pregevoli cimeli provenienti dai musei civici di Fano e Macerata e dal Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, nonchè pezzi degli archivi Moncada di Monforte e Naselli Flores.


Dal sito www.marsalaturismo.com


 

 

Ente Mostra di Pittura Contemporanea

L'Ente Mostra di Pittura Contemporanea "Città di Marsala" viene istituito dal Comune di Marsala nel 1964 con il compito di promuovere la cultura artistica della città e di aprire una galleria di arte contemporanea. Presidente è il Notaio Pietro Giorgio Salvo.

La fondazione dell'Ente Mostra ha rappresentato il punto di arrivo di una serie di iniziative avviate nel decennio precedente.
Infatti, sin dal 1952, grazie all'Associazione Artistica Marsalese, sono state organizzate nella città mostre di importanti pittori palermitani come, ad esempio, Pippo Rizzo; nel 1961 il Comune ha istituito il Premio della Città di Marsala a cadenza annuale che, nelle prime edizioni, ha consentito la presentazione di importanti opere di alcuni tra i maggiori autori del '900 italiano.

Con l'istituzione dell'Ente Mostre si è dato corso a una intensa attività espositiva dedicata, soprattutto, all'arte italiana. L'acquisizione delle opere ha permesso di inaugurare la pinacoteca nel 1988.

L' Ente, oltre a curare mostre personali e collettive, svolge un' intensa attività didattica con visite guidate.Vengono proposti corsi di pittura e di calcografia e organizzati nei concerti, spettacoli e incontri con gli autori.

Dal 1996 l'Ente e la Pinacoteca hanno sede nel Complesso del Carmine fondato quasi certamente tra il XIII-XIV secolo e di cui fanno parte il chiostro e il convento.

Il complesso è il frutto di una serie di stratificazioni di stili e di elementi architettonici appartenenti a epoche diverse:
il nucleo originario risale, infatti, al 1300; il chiostro è del '700; ulteriori parti sono state edificate nel XIX secolo.
Il Monastero è stato sottoposto ad un attento restauro che lo ha riportato alla bellezza originaria, rispettando e conservando le diverse stratificazioni storiche succedutesi nel tempo.

Il Comune di Marsala, avendo eseguito il restauro del Palazzo Cappasanta - Grignani, un edifico barocco che si affaccia sulla piazza antistante il Convento, ha qui trasferito la collezione permanente dell'Ente Mostra.

L'Ente Mostra di Pittura Contemporanea "Città di Marsala" svolge da più di 30 anni un importante ruolo di promozione culturale nell'ambito delle attività figurative. L'Ente ha promosso in questi anni rassegne ed esposizioni sull'arte italiana ed internazionale.

Tra le più significative :

I bozzetti ritrovati di Mario Sironi
Il Sud del Mondo - L'altra arte contemporanea
Artisti per la pace nel mondo
Arte in Sicilia negli anni Trenta
Giacomo Baragli
Arnaldo Pomodoro
Fausto Pirandello
L'identità difficile - anni 50
Corrado Cagli
Domenico Maria Lazzaro
MIRKO

L'Ente custodisce la Pinacoteca Comunale che, inaugurata nel 1988, conta oggi oltre 750 opere di artisti di prestigio nazionale ed internazionale fra i quali Cagli, Cantatore, Cassinari, Conti, Gentilini, Maccari, Marchegiani, Pomodoro, Sassu, Sironi, Tosi, Tozzi.

PRIMO CONTI
GIUSEPPE MIGNECO
MICHELE DIXIT
ALIGI SASSU
MARIO SIRONI
BRUNO CARUSO
ACHILLE FUNI
NINO MACCARI
DOMENICO PURIFICATO
GERMANA PARNYKEL
DOMENICO CANTATORE
HSIAO CHIN
ANTONIO BUENO
LUIGI VERONESI
BRUNO CASSINARI
CORRADO CAGLI
MARIO TOZZI
CARLA ACCARDI
ARTURO TOSI
ARNALDO POMODORO
UMBERTO LILLONI
PINO PINELLI
MICHELE CASCELLA
TURI SIMETI
GIOVANNI OMICCIOLI
MICHELE COSSYRO
VIRGILIO GUIDI
IGNAZIO MONCADA
ANTONIO ZORAN MUSIC
ELIO MARCHEGIANI
GIOVANNI CAVARRETTA
RENATA BOERO
GIOVANNI ENZO ZERILLI
TOGO
ENNIO MORLOTTI
GERO SICURELLA
GIOSETTA FIORONI
OMAR GALLIANI
SANTE MONACHESI
JOSÈ ORTEGA
ENRICO PAULUCCI
LUCA MARIA PATELLA
PAOLO FROSECCHI
IBRAHIM KODRA
TANO DE SIMONE
CONCETTO POZZATI
FRANCO GENTILINI
DAVIDE BENATI
CARLO QUAGLIA
VITO LINARES
ALBERTO SUGHI
MIRKO BASALDELLA
ORFEO TAMBURI
DOMENICO MARIA LAZZARO
LIA PASQUALINO NOTO
CROCE TARAVELLA












Riserva naturale regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala

Di grande attrazione è la "riserva dello Stagnone" dove sorgono le saline e i Mulini, nonché l'arcipelago delle isole, tra cui Mothia.

Lo Stagnone è una laguna diventata riserva naturale perché habitat ideale di riproduzione e di ristoro per tantissime specie animali; tra queste i fenicotteri rosa che sempre più spesso - e in gruppi sempre più numerosi - scelgono lo stagnone ed in particolare l'Isola Grande (comunemente conosciuta come Isola Lunga) come luogo di riposo.

Lo stagnone è uno dei pochissimi habitat naturali al mondo per la Posidonia, una rara qualità di alga marina, simile all'erbetta da giardino. Nei momenti di bassa marea, lo stagnone si trasforma in una immensa praterica, quasi come un campo di calcio in mezzo al mare.

Territorio
Si estende sulla costa occidentale della Sicilia nel territorio del comune di Marsala, nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo.

La riserva prende il nome dallo "Stagnone" una laguna, la più vasta della Sicilia, caratterizzata da acque basse (1-2 m e spesso non più di 50 cm) e compresa tra le quattro isole di San Pantaleo (Mozia), Isola Grande, Schola e Santa Maria. La laguna si è formata in tempi relativamente recenti (non esisteva all'epoca della colonizzazione fenicia di Mozia) in seguito ai movimenti della sabbia dovuti alle correnti sottomarine che hanno creato l'Isola Grande intorno a due originari isolotti. La nascita dell'isola ha chiuso una parte di mare in origine aperta e qui, non essendoci correnti necessarie al ricambio, l'acqua è divenuta stagnante, con una temperatura al di sopra del normale.

L'attività principale dello Stagnone era quella delle saline che si esercitava facendo evaporare l'acqua incanalata in speciali laghetti, per poi raccogliere il sale. Il pompaggio dell'acqua e la macinazione del sale erano svolte per mezzo di mulini, alcuni ancora conservati.


Le isole dello Stagnone

L'Isola Grande o Isola Lunga è l'affioramento sabbioso più grande dello Stagnone. La sua formazione, piuttosto recente, ha dato origine alla laguna. Era formata da due isolotti rocciosi, che si unirono formando la lunga isola, probabilmente per l'allargamento dei depositi di sale molto sfruttati dai Fenici. Vi si trovano oggi alcune saline in stato di abbandono, un bosco e alcune spiagge di sabbia fine. Ospita una delle poche popolazioni esistenti di Calendula maritima.
 
Schola è la più piccola delle isole dello Stagnone (forma ovale di circa 80 x 50 m), collocata tra Mozia e l'Isola Grande. Durante il periodo romano vi era una scuola di retorica, dalla quale deriva il toponimo. Attualmente vi si trovano tre edifici degli anni '30 ed una cisterna, il tutto in stato di abbandono. L'isola è di proprietà del comune di Marsala.

Santa Maria è un'isola a nord dello Stagnone a forma di laccio. Il nome deriva dal santuario di Santa Maria Valleverde.

Mozia (oggi S.Pantaleo) è la più importante delle isole dello Stagnone dal punto di vista paesaggistico e archeologico. Antica colonia fenicia, ha una forma circolare.


Flora
La vegetazione della riserva è caratterizzata dalla presenza di specie xerofile adattate all'alto grado di salinità tra cui vanno ricordate la suaeda (Suaeda maritima), l'atriplice (Atriplex halimus), la salicornia glauca (Arthrocnemum glaucum) e la salicornia strobilacea (Halocnemum strobilaceum), la logliarella ricurva (Parapholis incurva), varie specie di limonio (Limonium serotinum, Limonium ferulaceum), l'erba cristallina (Mesembryanthemum nodiflorum), il giglio di mare (Pancratium maritimum) e l'eringio marino (Eryngium maritimum). Meritano inoltre un cenno la Calendula maritima, un raro endemismo di questo tratto della costa della Sicilia occidentale, e l'Anemone palmata, una ranunculacea che cresce su substrato sabbioso, presente in Italia esclusivamente in Sicilia occidentale e Sardegna.



Punti d'interesse

All'imboccatura sud dello Stagnone, venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare di primaria importanza specialmente durante il secondo conflitto mondiale. Le strutture dell'aeroporto sono perfettamente visibili nel tratto di strada litoranea che conduce verso la città di Marsala. Di particolare rilevanza sono le grandi aviorimesse in cemento armato, progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi e per questo note appunto come "Hangar Nervi", del tutto innovative nel panorama architettonico dell'epoca per l'uso esclusivo del cemento armato.

Hangar "Nervi"A guardia dello specchio di mare antistante l'aeroporto è presente una curiosa casamatta edificata nelle basse acque della laguna, dove era posta una sentinella del Genio Pontieri a costante vigilanza dell'area. L'idroscalo, ancora di proprietà dell'Aeronautica Militare ma non più attivo, è interessato da diversi progetti che intendono sfruttare il complesso, tra cui quello di destinarlo a nuova sede dell'Istituto Tecnico Commerciale di Marsala, oppure di farne un circolo velico internazionale.


Tra storia, costume, curiosità
L'Isola Grande costituiva anticamente un feudo degli Altavilla, da cui traeva il secondo nome di Isola di Altavilla. È stata proprietà, nell'ultimo secolo della ricchezza del sale, della famiglia Adragna, una delle famiglie che fecero di Trapani, grazie al sale, uno dei più ricchi poli agroalimentari del Mediterraneo.

Le immense saline dell'isola furono teatro di una pellicola sulla vita in salina cui partecipò Claudia Cardinale. Il barone, Girolamo Adragna d'Altavilla, vide l'attività salinara declinare, e il mutamento delle falde uccidere i vigneti da cui si ricavava prezioso vino destinato agli opifici di Marsala. Ospite di Girolamo Adragna, trascorse due notti tra i ruderi dell'antico splendore delle saline e della villa che aveva ospitato l'aristocrazia palermitana uno scrittore che, a ricordo delle notti tra gli spettri del passato, scrisse la più colorita rievocazione.

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Mothia

L'Isola di San Pantaleo, un tempo nota come Mozia (o anche Mothia, Motya), è un'isola dello Stagnone di Marsala, in provincia di Trapani. Sull'isola era situata l'antica città fenicia omonima. L'isola si trova di fronte alla costa occidentale della Sicilia, tra l'Isola Grande e la terraferma, ed appartiene alla Fondazione Whitaker.


Geografia
L'isola si estende per quasi quarantacinque ettari, da come risulta dal catasto terreni della prov. di Trapani e mostra una forma quasi circolare; si trova al centro del cosiddetto Stagnone di Marsala, che dal 1984 costituisce la riserva naturale regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala, racchiusa tra la costa siciliana a nord di Marsala e l'Isola Grande. Sull'isola il livello del mare si è innalzato di circa mezzo metro rispetto all'epoca fenicia, e quindi parte dei resti archeologici risulta sommerso. Il sottosuolo è costituito da una roccia calcarea morbida, friabile, di colore giallo, sormontata da un piccolo strato di roccia calcarea abbastanza dura.

L'accesso all'isola è consentito solo da due imbarcaderi privati, che oltre a collegare la stessa Mozia alla terraferma permettono di visitare anche le altre isole dello Stagnone. L'isola appartiene alla Fondazione Whitaker, e benché sia aperta al pubblico e visitabile durante gli orari di apertura, è in vigore il divieto di sbarco non autorizzato. Nell'antichità una strada collegava la terraferma all'isola tra Capo San Teodoro e l'estrema punta moziese settentrionale: oggi la stessa via risulta sommersa, e non è più praticabile a causa dell'erosione, delle alghe e di Posidonia oceanica.

Età antica
Ricostruzione dell'ingresso del kothon moziese con il suo bastione rinforzato.Mozia fu probabilmente interessata dalle esplorazioni dei mercanti-navigatori fenici, che si spinsero nel Mar Mediterraneo occidentale, a partire dalla fine del XII secolo a.C.: dovette rappresentare un punto d'approdo ed una base commerciale morfologicamente molto simile alla città fenicia di Tiro. Il nome antico in fenicio era Mtw, Mtw o Hmtw, come risulta dalle legende monetali; il nome riportato in greco è citato anche da Tucidide[1] e da Diodoro Siculo. Intorno alla metà dell'VIII secolo a.C., con l'inizio della colonizzazione greca in Sicilia, Tucidide riporta che i Fenici si ritirarono nella parte occidentale dell'isola, più esattamente nelle tre città di loro fondazione: Mozia, Solunto e Palermo. Archeologicamente è testimoniato un insediamento della fine dell'VIII secolo a.C., preceduto da una fase protostorica sporadica ed alquanto modesta. Le fortificazioni che circondano l'isola possono essere forse collegate alle spedizioni greche in Sicilia occidentale di Pentatlo e Dorieo nel VI secolo a.C.

Nel 397 a.C. Dionisio di Siracusa prese e distrusse la città all'inizio della sua campagna di conquista delle città elime e puniche della Sicilia occidentale; l'anno successivo Mozia venne ripresa dai Cartaginesi, ma perse di importanza in conseguenza della fondazione di Lilibeo. Dopo la battaglia delle Isole Egadi nel 241 a.C. tutta la Sicilia passò sotto il dominio romano, ad eccezione di Siracusa: Mozia doveva essere quasi del tutto abbandonata, dal momento che vi si sono rinvenute solo pochissime tracce di nuova frequentazione, generalmente singole ville di epoca ellenistica o romana.

Età medievale e moderna
Nell'XI secolo l'isola fu donata dai Normanni all'abbazia di Santa Maria della Grotta di Marsala e vi si insediarono i monaci basiliani di Palermo, che diedero poi essi stessi il nome San Pantaleo all'isola, dedicandola al proprio santo fondatore dell'ordine. Nella seconda metà del XVI secolo, insieme ai monasteri di Palermo e Marsala, passò ai Gesuiti, e alla fine del Settecento precisamente nel 1792 fu data come feudo al Notaio Rosario Alagna insignito con il titolo di Barone di Mothia. Sotto il suo patrocinio sono incominciati i primi scavi archeologici, a seguito autorizzazione del principe di Torremuzza e poi di Monsignore Alfonso Airoldi, custodi alle antichità della Sicilia occidentale e fu nominato sovrintendente alle antichità del territorio di Trapani. Sotto il suo patrocinio, sono stati scoperti reperti archeologici, conservati ed esposti al museo Whitaker dell'isola. Alla fine del feudalesimo 1806, passò in mano di piccoli proprietari che la coltivarono soprattutto a vigneto, come d'altronde è ancora oggi. La prima identificazione dell'isola con l'antica Mozia risale al viaggiatore e studioso olandese Filippo Cluverio nel XVII secolo, anche se notizie dei resti archeologici sull'isola si hanno nei testi di diversi eruditi del Settecento e, sembra, a seguito di ricerche condotte per ordine del monsignor Airoldi, allora custode delle Antichità del Val di Mazara, sotto la direzione del barone Rosario Alagna; nel 1793 si rinvenne un gruppo scultoreo riproducente due leoni che azzannano un toro. Ricerche archeologiche scarsamente documentate furono condotte nel 1865, 1869 e 1872 e vi scavò senza risultati anche Heinrich Schliemann nell'ottobre del 1875; nel 1883 Innocenzo Coglitore identificò definitivamente il sito con l'antica Mozia.

Età contemporanea
Agli inizi del Novecento l'intera isola fu acquistata da Joseph Whitaker, archeologo ed erede di una famiglia inglese che si era trasferita in Sicilia arricchendosi con la produzione del marsala. Fu lui a promuovere i primi veri e propri scavi archeologici, che iniziarono nel 1906 e proseguirono fino al 1929: si misero in luce il santuario fenicio-punico del Cappiddazzu, parte della necropoli arcaica, la cosiddetta Casa dei Mosaici, l'area del tofet, le zone di Porta Nord e di Porta Sud e della Casermetta; Whitaker si occupò inoltre della sistemazione degli scavi, acquistando l'isola e sistemandovi il museo. Nel 1930 lo scavo del santuario del Cappiddazzu fu portato a termine da Pirro Marconi, ma solamente dal 1955 gli scavi furono proseguiti da una missione archeologica inglese dell'Università di Leeds, diretta da Benedikt Isserlin e a cui partecipò anche Pierre Cintas, celebre archeologo che aveva già scavato a Cartagine: le indagini interessarono le zone di Porta Sud e di Porta Nord ed il Kothon, e fu rimessa in luce una capanna preistorica nell'area del Cappiddazzu. Nel 1964 altre indagini furono condotte dalla Sapienza di Roma con Sabatino Moscati insieme alla locale soprintendenza archeologica diretta da Vincenzo Tusa; gli scavi interessarono l'area del Cappiddazzu, il tofet, l'area industriale a sud della necropoli arcaica e il centro abitato. Dal 1971 l'isola è di proprietà della Fondazione "Giuseppe Whitaker", costituita e voluta dalla figlia Delia, oggi scomparsa; dal 1974 vi ha condotto scavi Antonia Ciasca, soprattutto nelle cinta muraria, mentre dal 1977 Gioacchino Falsone e Antonella Spanò Giammellaro dell'Università di Palermo hanno svolto diverse campagne - tuttora in corso - nel centro abitato tra il santuario del Cappiddazzu e l'area della Porta Nord. Nel 1985 gli scavi hanno interessato la Casa dei Mosaici con Enrico Acquaro, mentre nel 1987 la Soprintendenza ha ripreso gli scavi all'abitato, nella Casa delle Anfore e nella Zona B, sotto la direzione di Maria Luisa Famà. Nel 2005 sono state avviate le prime indagini di archeologia subacquea dirette dal Prof. Sebastiano Tusa della Soprintendenza del Mare con il supporto della Coop.SYS che hanno riportato alla luce sulla strada sommersa delle strutture identificabili come delle banchine.

Archeologia
La topografia generale della città fenicio-punica è ricavabile sia dai resti archeologici messi in luce dagli scavi, in particolare dal percorso della cinta muraria, sia dalle condizioni fisiche del terreno e dai dati ricavabili dalla fotografia aerea. Nel settore meridionale dell'isola è presente una zona allungata relativamente elevata (m. 7-6 l.m.), che costituiva forse l'acropoli della città ("zona B"), affiancata sulla costa da due aree più basse (m 2 l.m.): in quella occidentale è stato messo in luce il cothon (porto interno) della città, all'origine forse stagno o zona paludosa. Verso nord un'altra modesta elevazione (6-5 l.m.) è occupata dal santuario di "Cappiddazzu", a cui arriva una strada proveniente dalla Porta Nord. I dati archeologici sembrano riferire alla seconda metà del VI secolo a.C. una prima fase di sistemazione urbana, nella quale furono realizzate imponenti opere pubbliche (fortificazioni, sistemazione delle zone portuali e del cothon, ampliamento di santuari, strada di collegamento con la terraferma). La parte centrale dell'isola è percorsa da un sistema stradale con lunghe arterie (approssimativamente nord-est/sud-ovest) che s'incontrano ad angolo retto formando un reticolo largo e relativamente regolare per i quartieri d'abitazione, piuttosto estesi, ma presumibilmente intervallati da giardini ed orti. I quartieri lungo la spiaggia sono invece orientati sempre secondo la linea di costa, su tutto il perimetro dell'isola. Nella periferia settentrionale si trova la parte centrale della necropoli e il tofet, mentre lungo la costa settentrionale e orientale si estende un quartiere di officine; presso il cothon un altro quartiere ospitava probabilmente cantieri navali o magazzini. Sulla costa meridionale si trova la ricca residenza della "casa dei Mosaici".Il collegamento tra il centro e i quartieri periferici sarebbe assicurato da una via anulare, un tratto della quale potrebbe riconoscersi al margine della zona industriale a sud della necropoli. Si è supposto che il diverso orientamento derivi da una successiva sistemazione del centro cittadino, ispirato alla pianificazione regolare delle città greche, usata in Sicilia e in Magna Grecia dal V secolo a.C., mentre i quartieri periferici seguirebbero un impianto precedente. Planimetria analoga a quella di Mozia ha l'abitato punico nel sito moderno di Kerkouane, al Capo Bon, in Tunisia.

Fortificazioni
La cinta muraria, lunga circa 2,5 km, racchiude tutta l'isola ed è fondata sul banco in calcare tenero che si alza appena (circa 2-3 metri) sulla brevissima spiaggia. Se ne conservano resti soprattutto nelle parti di sud-est, est e nord (le strutture erano a tratti ancora in piedi nel Seicento e nel Settecento). I resti oggi visibili, esito di diverse fasi di costruzione e restauro, sempre sul medesimo tracciato, si presentano con muratura in scheggioni di roccia o a blocchi squadrati di dimensioni varie o con altre tecniche più semplici. Si sono individuate quattro grandi fasi, tra la seconda metà del VI e la fine del V secolo a.C. Alcuni restauri, con ricostruzioni delle parti alte in mattoni sembrano successive alla conquista siracusana del 397 a.C.:

prima fase, con muro (spesso m 1-1,10 circa) e torri rettangolari a due vani (m 8x5,50 circa), in piccole pietre; distanza regolare fra le due torri di circa m 20-21;

seconda fase, con muro (spessore m 2,60 circa), con zoccolo in pietre di dimensioni medio-grandi ed alzato in mattoni crudi, a metà della cortina si apre spesso una postierla;

terza fase, con muro a paramento esterno in opera quadrata, con blocchi disposti in opera per testa e per taglio; torri quadrangolari (media m 12x5) e torri precedenti riadattate; alzato forse in mattoni crudi;

quarta fase, con muro (spessore 5 m circa) in scheggioni di roccia, torri quadrate (m 12x12 circa) o riadattate.

La prima fase si riferisce ad un primo impianto unitario del muro, con misure precise e la serie di torri ravvicinate che richiama le tecniche difensive ricorrenti nel Vicino Oriente antico. L'attività edilizia delle fasi successive interessò invece solo restauri nei settori che ne presentavano la necessità. Di particolare impegno le ricostruzioni della quarta fase, che hanno richiesto il trasporto di ingenti quantità di materiale da costruzione non presente sull'isola.

Porta Nord
L'ingresso alla città (Porta Nord) si articolava attraverso tre porte successive, a circa 22 m l'una dall'altra, ognuna delle quali era costituita da due aperture affiancate separate da un muro centrale. Le strutture meglio conservate sono relative alla porta più esterna, cui forse era pertinente, come fregio di coronamento, il gruppo scultoreo di due felini che azzannano un toro, conservato nel museo. Nella zona fra la porta e la costa gli scavi hanno individuati tre livelli stradali, di cui è visibile l'ultimo, con ampliamento della sede stradale a circa 10 m di larghezza, pavimentato con grandi lastre di calcare su cui sono visibili i solchi dei carri. Le aree laterali pavimentate in ciottoli sono forse interpretabili come passaggi pedonali. All'interno della porta questa pavimentazione più recente era preceduta da quattro livelli pavimentati in ciottoli. Ai lati della strada sorgono due piccoli complessi: quello occidentale consiste in un edificio centrale a pianta rettangolare, di cui si conservano solo le fondazioni, racchiuso ad est e a sud da un recinto con parte inferiore in blocchi di pietra accuratamente squadrati e alzato in mattoni crudi. A circa m 1,50 ad est, sorge una struttura pressoché quadrata, più piccola (il lato misura circa 2 metri), della quale resta soltanto il basamento in pietra. L'edificio maggiore presenta due fasi: nel VI secolo a.C. fu edificato un sacello rettangolare (m 2,52 x 4,11), prostilo o in antis con facciata a nord. A questa fase del complesso appartengono un frammento di capitello dorico di calcare rivestito di stucco, confrontabile con quelli del tempio F di Selinunte, e un frammento di rilievo in calcare con scena di battaglia, conservato nel museo. In una seconda fase della prima metà del V secolo a.C. il sacello più antico fu sostituito da un edificio quadrato (m 3,93 x 4,11), al quale apparterrebbero alcuni frammenti di capitelli angolari di tipo foliato, d'ispirazione orientale, ora esposti nello spiazzo antistante il museo. Il sacello venne quindi distrutto probabilmente in occasione dell'assedio siracusano del 397 a.C. In corrispondenza dei sacelli la strada appare interrotta ed una fila di massi, forse uno sbarramento eretto in occasione dell'assedio.

Il complesso orientale, molto rovinato, è costituito da un'area rettangolare (m 5 x 7 circa) delimitata ad est e ad ovest da rozzi muri a piccole pietre e a sud da un muro a blocchi squadrati alla prima fase del sacello maggiore nel VI secolo a.C. Anche in questo secondo edificio esistono tracce di una ristrutturazione degli inizi del V secolo a.C. Nell'area si sono rinvenute tre anfore infisse nella sabbia, la cui funzione non è ancora chiara. Gli strati riferibili all'ultima fase dell'impianto, numerosi frammenti di ciotole e piccoli piatti utilizzati probabilmente per il culto. Il santuario sia per le forme architettoniche che per le caratteristiche dei depositi votivi sembra riferibile ad un culto greco-punico.

La strada
L'asse viario che usciva dalla Porta Nord, proseguiva con una strada artificiale che collegava l'isola con il promontorio di Birgi sulla terraferma. La strada lunga circa 1,7 km e larga circa 7 m, in modo da consentire il passaggio di due carri affiancati, è conservata a tratti e attualmente è sommersa per l'innalzamento del livello del mare. Era costruita sopra una massicciata larga circa 12,50 m alla base, ricoperta da lastre in pietra irregolari (ampie dai 40 cm ai 60 cm), ed è affiancata da muretti guardrail alti cm 45.

La strada fu realizzata intorno alla metà del VI secolo a.C., in relazione allo spostamento della necropoli sul promontorio di Birgi (dove sono state rinvenute tombe ad inumazione con sarcofagi monolitici di arenaria o a cassa con lastroni di pietra databili tra il VI e la fine del V secolo a.C.). Tuttavia una necropoli contemporanea esisteva anche sul litorale nord-orientale dell'isola. Sulla base delle foto aeree alcune strutture sommerse in grandi blocchi squadrati disposte ad ovest della strada sembrano formare una sorta di molo per un porticciolo, di cui la stessa strada artificiale e una scogliera parallela alla costa dovevano costituire le banchine di attracco. In corrispondenza del limite costiero attuale è stata rinvenuta una pavimentazione realizzata con ciottoli sopra un letto di terra e sabbia. A circa 500 m dalla Porta Nord la strada si allargava in una piazzola (m 10 x 14) costruita con grandi blocchi squadrati, luogo di sosta o base per un piccolo edificio.

Santuario del Cappiddazzu
All'interno delle mura, a poca distanza dalla Porta Nord sorge l'area sacra del santuario di Cappiddazzu (in siciliano "cappello largo"). In una prima fase (inizi del VII secolo a.C. sono datate una serie di fosse scavate nella roccia e profonde circa 30 cm, disposte all'interno di una fossa più grande, nelle quali furono rinvenute ossa di ovini e bovini, utilizzate dunque probabilmente per i sacrifici. Nella seconda fase, attribuita alla seconda metà del VII secolo a.C. venne costruito un primo edificio con muretti in pietrame grezzo, affiancato da un pozzetto costruito nella medesima tecnica. Ad una terza fase del V secolo a.C. sono riferibili frammenti architettonici di capitelli d'anta a gola egizia pertinenti ad un edificio in pietra che dovette essere distrutto nell'assedio del 397 a.C. e i cui materiali furono poi riutilizzati nelle fondazioni dell'edificio ricostruito. I resti attualmente meglio visibili si riferiscono alla quarta fase, la ricostruzione del IV secolo a.C., che consiste in un grande edificio a pianta tripartita a nord, inserito in un ampio recinto di m 27,40 x 35,40. Davanti all'edificio sacro si conserva una struttura costituita da una lastra di pietra rettangolare con un grosso foro al centro e due semifori ai lati, posta entro un recinto in pietre rozzamente sagomate e destinata probabilmente a contenere tre betili conici. Si conservano inoltre i resti di una grande cisterna ovale e tracce di intonaci e pavimenti di diverse epoche (saggi recenti hanno individuato tracce di interventi tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C. I resti di una piccola basilica bizantina furono eliminati negli scavi degli inizi del Novecento e sono conosciuti solo da uno schizzo.

Sulla costa settentrionale ed orientale dell'isola sono stati rinvenuti i resti di alcuni impianti destinati alla produzione e alla lavorazione. I più significativi finora individuati sorgono a nord del "santuario di Cappidazzu" (zone "K" e "K est"), e a sud della necropoli arcaica. Nell'area "K" si sviluppa un complesso destinato alla produzione di ceramica, parzialmente scavato. Il complesso sembra essere stato impiantato nel VI secolo a.C. e aver subito una ristrutturazione nel V secolo a.C., per essere poi distrutto nel corso dell'assedio siracusano del 397 a.C. Un edificio bipartito si addossa verso nord alle mura cittadine. Vi si accedeva dal lato sud attraverso uno spazio scoperto con un piccolo forno all'angolo sud-ovest, abbandonato in una seconda fase e ricoperto da una pavimentazione in acciottolato. Nel pavimento era inserito un grande recipiente (pithos) e vi si apriva inoltre un pozzo quadrangolare scavato nella roccia, con tacche nelle pareti per la discesa, a cui si collegano condutture fittili. In questo spazio doveva trovarsi inoltre i depositi per l'argilla e per il materiale non ancora sottoposto a cottura. L'ambiente più settentrionale era coperto da un tetto poggiante su due pilastri.

 

Giovane di Mozia

A sud-est si trova un forno più grande, con pianta a forma polilobata, presso il quale è stato rinvenuto capovolto un grande bacino in pietra con becco di scolo, probabilmente utilizzato per la lavorazione dell'argilla. A nord del forno un più antico pozzo fu successivamente ricoperto da un pavimento. A sud del complesso si trova un ampio spazio aperto, bordato lungo il suo margine settentrionale da altre installazioni. Nella limitrofa area "K est" è stato rinvenuto un pozzo circolare scavato nella roccia, successivamente abbandonato e ricoperto da un pavimento in battuto di argilla, che doveva raccogliere per mezzo di condutture fittili l'acqua piovana dalle mura cittadine e doveva essere stato utilizzato nella prima fase del complesso industriale. Presso il pozzo era una vasca quadrangolare in muratura rivestita internamente di stucco e riempita di sabbia silicea finissima, presumibilmente utilizzata nella lavorazione della ceramica. A sud uno spazio aperto pavimentato in acciottolato, dove è stata rinvenuta un tratto di muratura con pietre irregolari legate con argilla, che faceva forse parte delle installazioni difensive approntate per l'assedio. Dopo la successiva distruzione della città l'area "K" fu ricoperta da cumuli di detriti, che comprendevano elementi architettonici e pietre ammassate con rifiuti di vario genere. Qui è stato rinvenuta nel 1979 la statua marmorea nota come il Giovane di Mozia, attualmente conservata nel museo. Nell'area "K est", fra i detriti di vario genere che ne caratterizzano i livelli superiori, è venuto alla luce un bel esemplare di capitello del tipo cosiddetto protoeolico (con entrambe le facce decorate a bassorilievo con un fiore di loto stilizzato). Nella parte orientale dell'area "K est" si trova quello che sembra un secondo complesso industriale: un edificio con due ambienti in uno dei quali fu ritrovata sotto lo strato di crollo delle coperture una vasca rettangolare in pietra con resti di bruciato e diverse scorie metalliche, forse riferibile ad un impianto per la lavorazione del metallo.

Una seconda area industriale per la tintura e forse per la concia delle pelli fu individuata nei pressi della "necropoli arcaica", dopo essere stata inizialmente identificata con un "luogo di arsione" legato ai sacrifici del vicino tofet. Questa zona restò in funzione dagli inizi del VII secolo a.C. fino alla distruzione di Mozia agli inizi del IV secolo a.C. Si tratta di una superficie quasi quadrata (m 23,5 x 21,5), delimitata da muri costituiti da piccole pietre, e sul lato est in parte da mattoni crudi. All'interno di questo spazio furono scavate nella roccia piuttosto tenera, circa venti fosse, in maggioranza ellittiche e profonde intorno ai 2 m, con pareti leggermente inclinate e rivestite internamente di argilla cruda di colore grigio-verde, per uno spessore di circa 4 cm, con tracce più o meno consistenti di bruciatura. Alcune fosse erano comprese entro vani irregolari. Completavano l'insieme due pozzi per l'acqua. Ammucchiati in notevole quantità in vari punti dell'area si sono rinvenuti resti di molluschi marini, specialmente murices, che fornivano la materia prima per la tintura di color porpora, una specialità fenicia: si è dunque supposto che l'impianto fosse destinato alla concia e alla colorazione di pelli ed anche di tessuti. Due forni di forma ellittica di grandi dimensioni, collocati all'estremità meridionale dell'area dovevano invece essere destinati alla fabbricazione di vasi. Nella stessa zona fu inoltre rinvenuto un pozzo contenente ceramiche della facie di Thapsos, attribuibili alla seconda metà dell'età del bronzo (XVIII-XVI secolo a.C.), con i tipici recipienti a "fruttiera" che tuttavia in questo caso non presentano alcuna decorazione né incisa né dipinta.

La Necropoli
La necropoli della fase arcaica si trova sulla costa settentrionale dell'isola. Si tratta di una vasta zona rocciosa spianata, attraversata dalla cinta muraria, che lascia alcune tombe all'interno della città. Le tombe sono prevalentemente ad incinerazione e sono costituite da piccole fosse scavate nella roccia o nella terra che contengono il cinerario (recipiente dove venivano posti resti combusti del defunto) e ai lati gli oggetti del corredo funerario. I cinerari erano di tre tipi:
cinerario formato da sei lastre tufacee grezze - quattro laterali, una in basso come fondo e l'altra in alto come coperchio;
cinerario costituito da anfore di vario tipo;
cinerario costituito da un blocco monolitico in pietra, quadrato o rettangolare, in cui era ricavata al centro una fossetta quadrata destinata a contenere i resti combusti del defunto; per coperchio aveva o una lastra o un altro blocco monolitico identico.

Il corredo funerario, in genere abbastanza modesto e indifferenziato, è costituito da ceramica fenicio-punica, a cui si accompagnano esempi di ceramica greco-corinzia di importazione, che permettono di datare la maggior parte delle sepolture tra la fine dell'VIII ed il VII secolo a.C., mentre più rare sono le tombe del VI e V secolo. Alcune tombe contenevano inoltre armi di ferro (pugnali e spade) oppure oggetti di ornamento in oro, argento e bonzo (pendagli, bracciali, orecchini, anelli, ecc).

Una tomba più ricca presentava quindici vasi in ceramica, fra cui sei vasi corinzi d'importazione, ed una statuetta di terracotta fenicia, riproducente una figura femminile che si spreme il seno, quale simbolo di fertilità e fecondità. Un insieme di sedici tombe era delimitato da un muro costituito da rozze pietre compreso fra il muro di cinta della città e la zona industriale. Queste tombe presentarono corredi straordinariamente omogenei costituiti da ceramica fenicio-punica arcaica, e forse appartengono al primo gruppo di coloni. Agli inizi del VI secolo a.C. l'area fu attraversata dalla costruzione delle mura cittadine e la necropoli venne spostata sulla terraferma, sul promontorio di "Birgi".

Il tofet
Il tofet di Mozia (60 m circa di lunghezza) si trova sulla costa settentrionale, nello spazio tra il mare e le mura. Restò in funzione probabilmente sin dalle origini dell'insediamento (VII secolo a.C., fino a dopo l'assedio siracusano, nel III secolo a.C. In questi secoli si succedettero tre principali fasi. Nella fase più antica il santuario occupava un'area ristretta al centro, sul banco di roccia naturale: si conservano tre strati sovrapposti di urne, che giungono alla metà del VI secolo a.C. Inizialmente (strato VII) le urne venivano deposte sulla roccia, a volte ricoperte da tumuli di pietre che possono presentare in rari casi una pietra ritta alla sommità. Le urne erano costituite da ceramica a impasto o da forme ceramiche greche o fenicie, ma di produzione locale.

Nei due strati successivi le deposizioni si infittirono (strato VI) e iniziarono ad essere spesso racchiuse da lastre infisse nel terreno e segnalate con cippi o stele (strato V). In questa prima fase le strutture del santuario si limitarono a muri di recinzione o relativi a ripartizioni interne; un pozzo circolare era presente sul limite nord dell'area. In una seconda fase il santuario venne ristrutturato, parallelamente alle altre opere di monumentalizzazione nella città (metà del VI secolo a.C.): l'area sacra fu estesa verso est, per le deposizioni, con opere di terrazzamento, e verso ovest con la costruzione di un piccolo tempio rettangolare (10 x 5 m) orientato in senso est-ovest.

Un podio, forse un altare, si addossa al limite orientale. Altri piccoli edifici e un pozzo quadrato si trovano nella zona di servizio. Le deposizioni (strati IV e III) sono numerose, con stele e cippi di grandi dimensioni, con iscrizioni e raffigurazioni simboliche o antropomorfe, che furono riutilizzate in successive opere di terrazzamento. Negli strati I e II sono presenti solo le urne. Dopo la distruzione dovuta alle vicende della breve conquista siracusana il santuario fu risistemato: le fondazioni del tempio furono utilizzate per lo scarico di terrecotte votive (statuette al tornio o a stampo) e un altro piccolo deposito si trova sul limite settentrionale. Il rialzamento dei muri di terrazzamento inglobò le stele delle fasi precedenti e frammenti architettonici. Ad est e ad ovest dell'area sacra furono inoltre realizzati camminamenti in acciottolato. Le indagini al Tofet sono riprese nel 2009 per iniziativa dell'Università di Roma "La Sapienza"

Abitato
La parte centrale dell'isola era occupata dalla città vera e propria, con un reticolo viario ortogonale, di cui sono stati portati in luce solo alcuni tratti. Nel centro è visibile un tratto di una strada orientata in senso nord-ovest/sud-est, delimitata dalla fronte di diversi edifici. Una pietra collocata verticalmente in corrispondenza di uno spigolo, che doveva fungere da paracarro, rivela la presenza di un incrocio con una via ortogonale, solo parzialmente visibile, che doveva essere parallela alla strada della Porta nord. Nella pavimentazione in battuto della strada si aprono quattro pozzetti circolari, scavati nella roccia e rivestiti di pietre a secco, tre dei quali sono allineati: dovevano servire per l'assorbimento ed il drenaggio delle acque. Al complesso che s'affaccia lungo il lato settentrionale della strada s'accede attraverso una grande soglia in un grande ambiente sulla cui parete di fondo è addossata una piattaforma accessibile da tre gradini e con una canaletta di scolo che sbocca in un pozzo, proprio davanti alla scaletta.

Un secondo ambiente più piccolo, lungo e stretto, presenta al centro della parete un bancone rettangolare, mentre un terzo ambiente aveva al centro un pilastro, in cui sono stati rinvenuti resti di ossa combuste. La piattaforma del primo ambiente è stata interpretata come altare per i sacrifici e il complesso come un edificio di culto. Tre piccoli ambienti, cui s'accedeva dalla strada tramite un'altra soglia, sono probabilmente pertinenti ad un altro edificio. Nello scavo sono stati rinvenuti materiali del IV e forse III secolo a.C., posteriori dunque alla distruzione del 397 a.C. Tracce di rimaneggiamenti non sono chiaramente definibili.

Lungo la costa sud-orientale dell'isola si trova un complesso edilizio scavato solo parzialmente, denominato "Casa dei mosaici", costruito su due livelli sul pendio che degrada verso il mare. È visibile il limite orientale e l'angolo sud-est si addossa al muro di fortificazione della città. La parte a nord e ad est consisteva in una grande corte rettangolare a peristilio, circondata da alcuni ambienti di carattere residenziale, mentre la parte sud-occidentale era una zona di servizio. Il pavimento del peristilio era decorato con mosaico a ciottoli neri, bianchi e grigi di cui si conserva un breve tratto nell'angolo nord-est, con pannelli, raffiguranti animali (un leone che assale un toro, un grifone che attacca un cervide, e un leone e un cervide su due pannelli),separati da un motivo a rombi e delimitati da un bordo tripartito (fasce con meandro, fiori di loto e palmette, motivo ad onda).

Un piccolo ambiente all'estremità sud-occidentale della corte aveva un pavimento a scacchiera di cocciopesto e scaglie di pietra bianca. Gli ambienti ad est, solo i pavimenti. Nell'ambiente meridionale era collocata una piccola struttura interpretata come un piccolo forno. La zona di servizio s'articola in sei ambienti, forse ricavati in parte in un preesistente edificio, con murature in pietre e materiali di recupero. L'ambiente comunicante con la corte presentava un pozzo scavato nel terreno e fu successivamente occupato anche da un focolare. Lungo il lato ovest corre una canaletta che conduceva l'acqua piovana raccolta nella corte all'esterno dell'edificio, sfruttando l'andamento del terreno in discesa.

Un ambiente adibito a magazzino conserva i resti di tre grandi pithoi, In un altro ambiente furono rinvenuti cinque capitelli dorici e uno corinzio, apparentemente immagazzinati, pertinenti ad almeno due fasi diverse del peristilio. mentre anche altri elementi architettonici erano presenti nell'area. L'edificio dovette subire dei rimaneggiamenti e fu probabilmente oggetto di spoliazioni. La datazione dell'edificio e del pavimento a mosaico è discussa: l'assenza di dettagli interni delle figure e la partizione dei pannelli con rombi a linee bianche su fondo nero, trovano confronti nel III secolo a.C. (Eretria, Olbia, Tarso).

La Casermetta
La Casermetta deve il suo nome ad un edificio addossato all'esterno di una grande torre delle mura, sulla costa meridionale, tra la Casa dei mosaici e la Porta Sud. L'edificio è suddiviso in due parti poste ai lati di un corridoio scoperto, in fondo al quale una scala conduce al piano superiore sopra le mura difensive, dove si trovano i resti del pavimento di un ambiente scoperto, in cocciopesto con canaletta di scolo per l'acqua piovana. Al piano terra la parte orientale s'articolava in tre ambienti, di cui due contigui posti sulla fronte dell'edificio, ed uno più interno di dimensioni maggiori, comunicante sia col corridoio che con uno dei due ambienti frontali. La parte occidentale consisteva in tre ambienti allineati non ben conservati. I muri sono costruiti con tecnica "a telaio", presente anche altrove a Mozia e in ambiente punico: grossi blocchi d'arenaria di misure uniformi e posti ad intervalli regolari costituiscono l'ossatura del muro, mentre altri blocchi simili sono utilizzati per gli stipiti delle porte, che conservano traccia degli incassi per i telai lignei. I tratti di muratura tra i blocchi sono costituiti da piccole pietre con legante. La destinazione d'uso di quest'edificio è ignota e l'assenza di dati stratigrafici ne rende problematica la datazione. La sua costruzione è comunque posteriore a quella della grande torre della cinta muraria, mentre la sua distruzione fu dovuta ad un incendio, forse in relazione con l'assedio del 397 a.C.

Tra il kothon e la Porta sud si trova un gruppo di costruzioni di difficile lettura a causa della stratificazione di diverse fasi edilizie e del cattivo stato di conservazione. Agli inizi del VII secolo a.C. era presente una grande casa con cortile, che si estendeva anche nel settore poi occupato dalla Porta e venne distrutta tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. Un secondo edificio con pianta simile venne ricostruito sui resti del precedente, a cui si aggiunge un primo muro di fortificazione. Intorno alla metà del VI secolo l'area venne probabilmente di nuovo riorganizzata in dipendenza dell'organizzazione del vicino kothon. Intorno alla metà del V secolo a.C. il muro difensivo viene abbattuto, per essere sostituito dalle fortificazioni, con la Porta sud e una torre situata sulla banchina del canale del cothon. Alla fine del secolo all'interno delle mura si impianta un quartiere con alcuni edifici a pianta irregolare, ai lati di uno stretto vicolo, dotati di pozzi al centro dei cortili: in uno di essi si conserva una canalizzazione in terracotta che raccoglieva l'acqua piovana delle mura difensive. In occasione dell'assedio furono scavati dei fossati davanti alle mura e con i materiali di risulta venne costruito uno sbarramento in corrispondenza della porta. Un muro curvilineo all'interno delle fortificazioni inglobava il quartiere. Dopo la distruzione l'area venne abbandonata

Kothon
Il kothon è stato identificato come una piscina sacra connessa con il Tempio adiacente scoperto e scavato dalla Missione dell'Università "La Sapienza" di Roma dal 2002 al 2010 [3]. La vasca, che era alimentata da una sorgente di acqua dolce, attraverso un serie di sette blocchi di calcarenite inseriti nello strato marnoso ma a contatto con la falda freatica, era chiusa verso lo Stagnone di Marasala, essendo stata - solo successivamente - dopo l'abbandono di Mozia, trasformata in bacino ittico e poi in salina. D'altra parte l'antica interpretazione della piscina come un'installazione portuale è sconfessata anche dagli studi sul livello antico delle acque, che era di circa 1 m inferiore a quello attuale (come indica peraltro la famosa strada sommersa). La piscina era collegata da un canale costruito con il pozzo sacro posto al centro del Tempio del Kothon ed è stata paragonata a quella del santuario detto "Maabed" di Amrit in Siria, un luogo di culto fenicio coevo al Kothon di Mozia (VI secolo a.C.).

Bacino di carenaggio
In coorrispondenza del Kothon, nel corpo delle mura urbiche fu costruito un bacino di carenaggio (solo successivamente collegato con la vasca (v. sopra). Il fondo di questa installazione era pavimentato con blocchi di calcarenite e al centro vi era ricavato un solco longitudinale, a sezione semicircolare. Le pareti erano rivestite da blocchi squadrati disposti in filari aggettanti sì da formare pareti gradinate. All'estremità erano presenti due strutture triangolari in blocchi e sulle banchine furono ricavate scanalature per l'inserimento di elementi lignei. In questa parte del canale doveva funzionare come cantiere per la riparazione delle navi, la cui chiglia scivolava sul solco ricavato sul fondo appoggiandosi alle strutture triangolari e ad elementi in legno inseriti nelle scanalature delle banchine. Il canale, a nord, s'allargava notevolmente verso il bacino, mantenendo la stessa profondità della parte meridionale ed era privo di pavimentazione. L'ingresso del canale venne successivamente chiuso alle due estremità da muri costruiti sopra lo strato di fango depositato sul fondo. Anche i muri lungo la parte più interna del canale sono frutto di una tarda risistemazione. Il canale e il bacino furono scavati probabilmente nella seconda metà del VI secolo a.C. e dovette essere risistemato nella seconda metà del V secolo a.C., con altri parziali rimaneggiamenti in epoca successiva.

Museo Whitaker
Il Museo Whitaker ha 2 sezioni, una antica della donazione Whitaker, l'altra moderna. Rosario Alagna di Mozia (1720–1799) nel 1793 ritrovò un blocco scultoreo raffigurante due leoni che addentano un toro, che è conservato oggi al Museo Whitaker insieme a molte suppellettili.
 

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