di Maria Grazia Griffo 

Ripercorrendo le varie fasi della storia della Chiesa Madre, la prima considerazione che viene da fare è che il monumento riflette, in modo emblematico, la storia della città in cui è sorto.

E’ peculiare del resto dei luoghi sacri, sin dall’antichità, sintetizzare ed esprimere, nel proprio antico cuore di pietra, il sentimento religioso, le aspirazioni, le condizioni sociali, economiche e politiche degli uomini che li hanno edificati, custoditi, valorizzati e, soprattutto, amati.

La storia della Chiesa Madre di Marsala inizia in epoca normanna. Sappiamo da Al Idris, geografo arabo al servizio di re Ruggero, che "Marsala, un tempo distrutta e abbandonata, fu cinta di mura tanto che essa si ripopolò e si munì di mercati e di botteghe". Ben più importante dal punto di vista commerciale è la città di Mazara, definita dallo stesso Idris, "splendida ed eccelsa", tant’è che nel 1093 Mazara, e non Marsala, fu eletta sede della diocesi.

A quel tempo la basilica paleocristiana della fiorente comunità lilibetana doveva essere in rovina, come gran parte della città, a causa delle scorrerie arabe. E’ assai probabile che questo primo edificio di culto sorgesse sullo stesso sito del successivo duomo normanno, come attesterebbe il rinvenimento, durante i lavori di ricostruzione seguiti al crollo della cupola del 1893, di alcune strutture di un edificio ad una navata e di tracce di mosaici sotto le fondazioni della zona presbiteriale, e come confermerebbe l’uso dei Normanni di ricostruire chiese e conventi non mutandone l’antica ubicazione.

Secondo la tradizione, il duomo normanno fu eretto intorno al 1176, epoca in cui reggeva la diocesi della Val di Mazara il marsalese Tutino che, per compensare i propri cittadini della perdita della sede vescovile, elevò la Chiesa di Marsala alla dignità di arcipretura.
Esso sorgeva con le fronte principale sulla Piazza Maggio, dove oggi è la porta laterale, e si sviluppava in senso ortogonale alla chiesa attuale per 25 metri, occupando più della metà dell’attuale via Garibaldi. Sembra che la pianta fosse a tre navate absidate con cappelle laterali, preceduta da un portico a colonne e da un campanile.

La cattedrale fu dedicata al santo inglese Tommaso Becket, arcivescovo di un Canterbury, canonizzato appena qualche anno prima. Questi godette di una grande fama durante tutto il Medioevo e la sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi mentre, divenuto simbolo di libertà e dignità umana oltre che di fedeltà a Cristo, egli veniva rappresentato con grande ricchezza iconografica, soprattutto per l’episodio del martirio. Anche nella Chiesa Madre di Marsala, ricostruita intorno alla metà del XVII secolo, troverà posto nell’abside una tela raffigurante l’uccisione del Santo.

La vita di Tommaso Becket – è stato scritto – non si comprende se non alla fine, prendendo luce dal martirio a causa della libertà della Chiesa per il quale fu venerato come Santo. "Gran segreto è la vita, e nol comprende/che l’ora estrema" si potrebbe dire di questa singolare figura, come dell’Adelchi manzoniano.

Dopo una brillante carriera politica culminata nella carica di cancelliere d’Inghilterra, che detenne per sette anni, stringendo amicizia con il re Enrico II ed appoggiandone gli interessi contro quelli della Chiesa, venne eletto arcivescovo di Canterbury. Com’è stato sottolineato dai suoi contemporanei, con l’elezione episcopale avvenne in lui un repentino mutamento, segnato da un’austera condotta di vita ma non da una profonda conversione. Ostinato ed orgoglioso, si oppose fermamente al re che rivendicava alle corti secolari il diritto di giudicare gli ecclesiastici, e rigettò le Costituzioni di Clarendon che codificavano dei diritti regali, divenuti consuetudinari durante i regni precedenti. Dopo una lunga lotta tra il potere regale e quello ecclesiastico, l’arcivescovo veniva costretto all’esilio e si rifugiava in Francia. Ritornato nella propria diocesi dopo sette anni, si rese presto conto che la riconciliazione con il re era solo apparente. Nuovamente ne provocava le ire scomunicando due vescovi, ma quest’ultimo atto gli costò la vita.

Quattro cavalieri della corte di Enrico, convinti di eseguire la volontà del sovrano liberandolo dall’incomodo e turbolento prelato, uccisero l’arcivescovo nella sua cattedrale la sera del 29 dicembre 1170.

Il santo divenne subito assai popolare in Sicilia per gli stretti rapporti tra l’Inghilterra e i dominatori normanni, i quali, proprio sotto i regni dei due Guglielmi, avevano rafforzato l’elemento nordico dell’amministrazione ed inserito dei prelati inglesi tra i più alti ranghi ecclesiastici. Nel 1177 Giovanna Plantageneta, figlia di Enrico II d’Inghilterra, andava in sposa a Guglielmo II e si dedicava alla promozione del culto in Sicilia: infatti poco più tardi la moschea di Catania veniva trasformata in una chiesa dedicata a San Tommaso, mentre lo stesso martire inglese veniva raffigurato nei mosaici del Duomo di Monreale, fondato dal sovrano tra il 1172 e il 1176.

Assai probabilmente, quindi, la consacrazione della Chiesa Madre va collocata tra il 1173, anno della canonizzazione del Santo, e il 1189, fine del regno di Guglielmo II e di Giovanna d’Inghilterra; e si comprende bene che essa non è da intendersi come un fatto straordinario, né è necessario, per giustificarla, ricorrere alla nota tradizione, tramandata dal Pirri, del fortunoso naufragio, sulle spiagge di Marsala, di una nave con un carico di colonne di marmo di Corinto destinate ad una chiesa inglese da dedicare al Santo.

A partire dal regno di Alfonso il Magnanimo, intorno alla metà del XV secolo, Marsala partecipa al clima di rinnovamento culturale proprio dell’Umanesimo e al diffondersi, nell’Isola, del linguaggio artistico rinascimentale, seppure mediato attraverso forme e modi eterogenei, retaggio di civiltà artistiche del passato. E se in campo letterario essa esprime in modo personale il rinato amore per i classici con gli umanisti Tommaso Schifaldo, Priamo Capozio e Vincenzo Colocasio, nel campo delle arti figurative vive di riflesso la cultura dei marmorari settentrionali, attivi a Palermo sin dalla metà del ’400.

Così nonostante le difficili condizioni di vita in cui la cittadinanza versava in quel periodo, sia a causa dei pesanti tributi imposti dal governo spagnolo che delle continue vessazioni degli eserciti di stanza e di passaggio e delle scorrerie dei pirati berbereschi, il duomo normanno, nell’arco di un secolo circa – dal 1497 al 1590 – veniva ampliato ben tre volte. E grazie alla munificenza di privati cittadini, appartenenti in genere alla burocrazia militare e civile, come il cavaliere e capitano di giustizia Giulio Alazaro, i nobili Pietro di Anello e Antonio La Liotta, o di confraternite laiche delle maestranze che costituivano il ceto medio in ascesa sociale, la Chiesa Madre si arricchiva delle sculture dei Gagini, Berrettaro, Mancino, Di Battista.

Ma il dono più prezioso si deve al marsalese Mons. Antonio Lombardo, allora arcivescovo di Messina, il quale nel 1589 volle arricchire la chiesa, in cui era stato arciprete, della magnifica serie di otto arazzi fiamminghi raffiguranti episodi della guerra romano-giudaica che oggi sono conservati nei locali del Museo degli Arazzi adiacenti alla Madrice, ma che un tempo ornavano la zona presbiterale.

A maggior gloria propria e della Chiesa di Marsala egli, poi, si faceva raffigurare, orante, nel dipinto La presentazione al tempio commissionato al messinese Antonello Riccio, su copia dell’originale di Girolamo Alibrandi. Questo veniva collocato nella cappella del transetto destro, dedicata alla Madonna, dove lo stesso Lombardo riposa in un sarcofago a vasca di stile michelangiolesco.

In occasione del primo ampliamento, nel 1497, furono costruiti un cappellone e due cappelle laterali, di cui una dedicata al culto del SS. Sacramento e concessa in patronato ai Ministrali, una confraternita laica di fabbri, sarti, calzolai e falegnami. Questi, con un atto notarile del 1511, si impegnavano a provvedere a proprie spese alla messa quotidiana alle quattro del mattino e ad ornare la cappella con un tabernacolo in argento e con una grande icona marmorea, da completare entro il termine di quindici anni, pena la decadenza del patronato.

L’esecuzione di tale pregevole opera scultorea fu affidata in un primo tempo alla bottega palermitana di Bartolomeo Berrettaro e Giuliano Mancino; quindi scioltasi la società tra i due maestri, i procuratori rinnovarono l’impegno con il Berrettaro ed il fratello Antonino. Ma, morto Bartolomeo Berrettaro e trascorsi diversi anni senza che l’impegno assunto fosse condotto a buon fine dal fratello di questi, ci si decise infine ad affidare l’opera al famoso marmoraro Antonello Gagini, che la completò, con la collaborazione del figlio Giandomenico, nel 1532. Tale data era documentata da un’iscrizione, ora perduta, posta sulla base sinistra del pilastro dell’icona: "Quista opera è facta per il ministrali a tempu di re Carlu imperaturi, sendu procuraturi mastru Antuninu Munninu e mastru Joanni Mezzapelli, e scolpita per manu di Antoni di Gagini. An. Dom. M.D. 32,5 maii".

Altri restauri ed ingrandimenti furono eseguiti tra il 1542 ed il 1550, probabilmente per riparare ai danni subiti dal monumento durante la permanenza in città di contingenti spagnoli reduci dalla guerra  contro i Turchi. Sembra che il tetto ligneo della navata centrale sia stato scoperchiato dai soldati nel 1519, come documentava un distico inciso in una trave, letto e trascritto dal Pirri.

Alcuni documenti storici, trascritti nel Libro Rosso, ci parlano della grande povertà della città che, in quegli anni, a parziale risarcimento delle malversazioni dei soldati spagnoli, veniva esentata dalle tasse. Un verbale del consiglio civico documenta la decisione di devolvere le decime, che i maestri della fiera riscuotevano dalla stadera, ai sacerdoti, in modo che questi si potessero dedicare con tranquillità agli uffici divini "imperochè la Matri Ecclesia di questa cità è multo povera e per la povertà che teni ditta matri ecclesia li poviri sacerdoti non possono vacari in diri et celebrari lo officio divino….".

La Chiesa, tuttavia, cominciava ad apparire inadeguata sia alle esigenze dell’accresciuta popolazione, sia ai dettami del Concilio Tridentino che prevedeva una più razionale sistemazione delle strutture interne affinché fossero ben distinti spazi e ruoli dei fedeli e del clero officiante.

Così, nonostante ancora nel 1590 l’abside venisse prolungata per sistemarvi in fondo il coro e lasciare libera la navata per i fedeli, presto ci si rese conto che era necessaria una soluzione definitiva, più consona alle mutate esigenze dei tempi.

Nel 1607 il Consiglio Comunale, presieduto dal capitano di giustizia Stefano Frisella, deliberava "di riedificare la Chiesa Matrice. Essa è opera necessarissima, essendo la presente malamente situata, storta, antichissima e caducata, bassa, oscura, angusta et incapace, essendo fabbricata di pietra e terra e sostentata di piccole colonne rotte…. e perché anco il popolo nelli giorni solenni et festivi non ha ingresso in quelle…..". Trascorsero tuttavia undici anni prima che avvenisse la  positura  della prima pietra, probabilmente a causa della penuria di fondi comunali, impiegati, in quel volgere di anni, in altre opere pubbliche come l’acquedotto da Rakalia a Sultana e la costruzione della Chiesa della Madonna della Cava. Ma già la Chiesa Madre era ridotta in uno stato di degrado tale da non consentire più di officiarvi il culto, per cui tutte le attività parrocchiali furono trasferite nella Chiesa del Salvatore.

Il problema della riedificazione della chiesa era sentito da tutta la cittadinanza, anche dai ceti più umili, del resto già presenti nel duomo normanno sotto forma di confraternita cui veniva affidata la cura e il decoro di alcune cappelle. Da un verbale del consiglio comunale del 1629 apprendiamo che alcuni cittadini, artigiani ed operai, si obbligarono spontaneamente a versare, per un periodo di dieci anni, un contributo annuo di tre tarì.

Infine nel 1656, in occasione della solennità del Corpus Domini, la Chiesa Madre veniva riaperta al culto, essendo state ultimate la zona absidale ed il transetto con le sue cappelle. Mentre si provvedeva le strutture interne, navate e cappelle, grazie ai contributi comunali venivano acquistati arredi sacri ed opere d’arte: la tela di Leonardo Milazzo raffigurante il martirio di San Tommaso Becket, che veniva collocata in fondo all’abside; l’organo di Andronico; un coro in legno intarsiato; grandi statue in stucco che venivano addossate ai piloni portanti del presbiterio.

Altre pregevoli stucchi, attribuibili probabilmente ai Li Volsi o al Messina, ornarono la cappella del SS. Sacramento, turbando tuttavia, come nota Gioacchino Di Marzo, l’equilibrio compositivo dell’icona gaginesca. I lavori di completamento andarono a rilento a causa della difficile situazione economica in cui versava la città, piagata da carestia ed epidemie, in parte devastata da un terremoto nel 1641 e da due esplosioni della polveriera. Se le strutture principali della facciata furono portate a termine tra il 1670 ed il 1684, come attestano le date incise nelle scale a chiocciola interne al prospetto, e se la presa di possesso capitolare avvenne nel 1692, come tramanda il Mongitore nelle sue Aggiunte alla Sicilia Sacra del Pirri, sappiamo per certo che ancora nel 1709 l’arciprete Carlo Francesco Omodeo lamentava al viceré Carlo Spinola il mancato completamento della volta centrale, delle vetrate e del pavimento.
Soltanto nel 1717, con fondi dell’arciprete Rocco Rubino e oblazioni dei fedeli, la Matrice poteva dirsi completata, almeno all’interno. La volta centrale era stata eseguita su progetto dell’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico, mentre il prospetto inferiore, nel suo composito linguaggio architettonico, sembra attribuibile al disegno di Angelo Italia.

Il monumento si inseriva armoniosamente nel contesto architettonico che si andava sviluppando nel cuore della città bastionata tra la fine del XVII ed il XVIII secolo. Esso occupava, con il prospetto principale, tutto il lato lungo della piazza Loggia, così detta dalle attività di mercato e di cambio che pisani e genovesi vi svolgevano in epoca medioevale. Alla sua destra sorgeva il Palazzo dei Giurati – odierno Palazzo VII Aprile – iniziato nel XVI secolo ma completato tra il 1726 ed il 1756; a sinistra la Chiesa di San Giuseppe, risalente, nel suo primo impianto, alla fine del XVII secolo. Alle spalle della zona absidale, nei primi del ‘700, veniva elevata la Chiesa del Purgatorio che, con il suo prospetto a colonne tortili e la prospiciente fontana a volute e conchiglie, amplificava il tono barocco del complesso architettonico.

A tale fioritura di edilizia religiosa controriformista e barocca faceva riscontro un maggiore fervore nelle opere pie e di culto. Il nobile Girolamo La Liotta, alla cui famiglia spettava il patronato della cappella della Madonna del Soccorso, a destra dell’altare maggiore, rimasto vedovo, si dedicò interamente alla Chiesa e pensò di istituire un collegio di dodici sacerdoti che collaborassero con l’Arciprete. Morto nel 1599, come si legge nella pietra tombale murata dinanzi all’altare, donava alla cappella una cospicua rendita annua per l’istituzione della collegiata, che però, dopo varie vicissitudini, veniva eretta soltanto nel 1692 con bolla di Innocenzo XII.
Tra il XVI ed il XVII secolo si costituivano inoltre numerose confraternite, rette da vari ceti e maestranze, alle quali veniva affidata la cura delle cappelle e gli atti di culto che in esse venivano celebrati. Oltre alla più antica "delle quattro maestranze", quella cioè dei sarti, falegnami, fabbri e calzolai, ai quali spettava il patronato della cappella del SS. Sacramento, probabilmente sin dal XV secolo, con la ripresa sociale ed economica seguita alla battaglia  di Lepanto e con il rinnovato clima di fervore religioso ispirato dalla Controriforma, andarono fiorendo altre confraternite.

Si ricordano la confraternita degli agricoltori che curarono il culto della cappella del SS. Crocefisso dal 1686; quella dei bottai, patroni della cappella dedicata ai SS. Simone e Giuda ritratti, nel quadro che orna la parete principale, in aperta campagna con, sullo sfondo, due bottai intenti al proprio lavoro; quella dei muratori cui spettava la cura della cappella dei "quattro Santi Incoronati", dove, nella pietra tombale di alcuni confratelli, posta al pavimento, sono scolpiti gli arnesi del mestiere; quella dei "massari", uomini di fatica che svolgevano il proprio lavoro soprattutto nelle chiese, che curavano la cappella dedicata a S. Cristoforo; quella dei pescatori dediti alla cappella della Madonna della Provvidenza, dove si svolgeva, per tradizione, la novena di Natale.

Notizie sulla formazione di tali confraternite, oltre che sulla composizione del clero, le sue prebende, e su come veniva officiato il culto, si traggono dalle Sacrae visitationes, relazioni redatte periodicamente dal Vescovo sullo stato della diocesi e delle varie chiese, in epoca successiva al Concilio di Trento.

Le vicende costruttive del monumento non si sono mai arrestate: esso ha continuato a crescere e a mutare nel tempo, quasi come un essere vivente. Sia l’interno che l’esterno hanno subito rifacimenti durante gli ultimi due secoli. Il composito aspetto dell’interno si deve in parte al gusto dell’arciprete Giovanni Morana, il quale, seguendo la moda del tempo, nel 1821 faceva stuccare ed imbiancare cornici, paraste, archi e capitelli che nell’originario impianto barocco erano in pietra arenaria. In occasione di restauri seguiti al crollo della cupola del 1893, piloni ed archi furono rifatti in mattoni, le cornici con pietre a faccia vista. Poi, durante i recenti restauri degli anni ’60, fu riportato a pietra da taglio anche il cornicione interno.

Tra il 1824 ed il 1827 veniva eretta la cupola, secondo il progetto del marsalese P. Russo, la cui esperienza e senso artistico sembra non fossero confortati da solidi studi tecnici. La costruzione della cupola fu infatti intrapresa senza le necessarie opere di consolidamento delle strutture portanti, come documenta un polemico carteggio tra amministratori comunali e autorità ecclesiastiche. Nonostante le difficoltà economiche cui si dovette far fronte, venendo a mancare anche il contributo del Comune, nel 1827 la cupola era completata. Già l’anno seguente, in seguito ad alcune scosse di terremoto, se ne rilevava la fragilità.

A causa delle lesioni alle pareti dell’abside e del crollo di una delle grandi statue in stucco dei Santi evangelisti addossate ai piloni portanti, l’arciprete Biagio Alagna nel 1855 richiedeva la consulenza di alcuni periti. La relazione dell’ingegnere D. Francesco Damiani rilevò la gravità della situazione: i piloni di sostegno della cupola avevano subito un progressivo affondamento a causa del peso eccessivo che sopportavano; uno di essi presentava delle lesioni. Si consigliava quindi di procedere al puntellamento delle strutture e di chiudere la chiesa al culto. Non venne preso alcun provvedimento. E tuttavia si comprendeva bene la gravità della situazione se nel 1892 si richiedeva una nuova perizia all’ingegnere Giuseppe Damiani Almeyda. Questi confermava che il peso sostenuto dai piloni portanti era eccessivo e rilevava che le fondazioni della zona absidale erano poco sicure a causa delle particolari condizioni del sottosuolo, pieno di cavità. I restauri proposti nella relazione non vennero eseguiti, probabilmente per mancanza di fondi in un periodo storico che vedeva la confisca dei beni ecclesiastici e la chiusura di istituti religiosi. Il culto venne trasferito nella vicina Chiesa del Collegio dei Gesuiti.

Il 9 febbraio del 1893 crollava la cupola, insieme a tre piloni di sostegno, tre colonne della navata centrale, circa un terzo della copertura. Sotto le macerie si perdevano anche il prezioso organo di Andronico, il coro in noce intagliato, l’altare, il cancello in ferro battuto che chiudeva l’abside.

Mentre a spese dell’amministrazione comunale si provvedeva a puntellare le strutture ancora integre, l’arciprete Pietro Mezzapelle si fece promotore dell’istituzione di un comitato cittadino e di una commissione che avevano l’incarico di promuovere, sorvegliare ed amministrare le opere di restauro. Il progetto e la direzione dei lavori vennero affidati all’ingegnere Damiani Almeyda, con la collaborazione del collega Brigaglia e di Sebastiano Cammareri Scurti. Grazie ad una sottoscrizione cittadina si provvide ad affrontare le prime spese, ma venuti meno alcuni importanti sostegni economici, come quello del Comune, che solo in parte soddisfece gli impegni assunti, e il ricavato della vendita degli arazzi fiamminghi, che fu vietata dal Ministero della P.I., i lavori rimasero fermi per qualche tempo e soltanto per la generosità di alcuni privati si poterono saldare i debiti con la ditta appaltatrice.

Alla fine del 1902 i lavori venivano ripresi sotto la direzione dell’ingegnere Luigi De Grossi, il quale dimostrò competenza tecnica e buon senso e ridusse i lavori di ricostruzione a quelli indispensabili, tanto che la cupola non fu elevata e sui solidi piloni ed archi absidali in mattoni fu posta una provvisoria copertura lignea.

Finalmente il 30 aprile del 1903 la Madrice veniva riaperta al culto.

Altri lavori di restauro furono portati a termine nell’arco di un venticinquennio circa: fu completata la volta della navata centrale, le cappelle attigue all’altare maggiore, furono rifatti il pavimento, il coro, l’organo e l’altare in marmo del presbiterio.
Ma la chiesa non poteva dirsi ancora completata, mancando la cupola ed essendo il prospetto superiore ancora incompiuto, e del tutto inadeguato al decoro sobrio ed armonioso del resto della facciata.

A causa delle vicissitudini belliche, soltanto nel 1947 si riprese il progetto Damiani Almeyda per l’erezione della cupola.
Promotore dell’iniziativa e finanziatore dell’impresa fu monsignor Pasquale Lombardo, un marsalese emigrato negli Stati Uniti ancora in giovane età che aveva sempre tenuto caro nel cuore il ricordo della città natale e il desiderio di dare lustro alla sua Madrice. Al progetto iniziale furono apportate alcune modifiche per garantire maggiore solidità alle strutture, e furono utilizzati materiali resistenti, come il cemento armato, per il tamburo, leggeri, come pomice e cemento, per la doppia calotta della cupola. Allo scopo di ridurre il carico sostenuto dalle strutture furono inoltre aboliti i costoloni.

Nell’estate del ’51 la cupola poteva dirsi completa; fu ornata con un mosaico vetroso che tuttavia saltò, poche ore dopo la positura, per il calore dei raggi solari. Si ricorse allora ad una pitturazione in materiale plastico bituminoso che negli anni ’60 – 61 fu sostituito con l’attuale rivestimento in lamine di piombo, idoneo a proteggere la struttura in cemento armato dalle infiltrazioni piovane.
 
Anche per il restauro del prospetto venne incontro la munificenza di monsignor Lombardo.
 
Secondo il desiderio di questi, il progetto fu affidato all’architetto Pace, residente negli Stati Uniti, mentre fu scartato un vecchio disegno dell’architetto palermitano Ernesto Basile, proposto dal comitato cittadino che si occupava della realizzazione dell’opera. Superate le ultime difficoltà burocratiche e ritoccato il progetto del Pace per meglio adattarlo al seicentesco prospetto inferiore, i lavori furono portati a termine tra il ’55 ed il ’56.

Negli anni successivi, inoltre, grazie alla sollecitudine dell’arciprete Andrea Linares, il monumento ha subito importanti restauri, sia alle strutture che agli arredi, resi necessari sia dai danni recati dai bombardamenti del 1943, sia dalle scosse sismiche del 1968. Sono stati riparati i tetti, sostituite alcune colonne della navata centrale, restaurati altari, cancelli, tele e arredi tra cui il maestoso organo.

Grazie poi a lasciti di monsignor Lombardo, sono state anche riparate le pareti laterali esterne. Ancora all’inizio degli anni ottanta, nell’abside veniva collocato l’altare liturgico ed innalzato il pavimento.

Nuove sistemazioni della zona presbiteriale sono in atto o nei progetti: il cuore di pietra dell’antica Chiesa Madre, a buon titolo Gloria filiorum, come recita l’iscrizione sul grande arco che separa il presbiterio dalla navata centrale, continua a vivere e a pulsare. 

SAN TOMMASO BECKET

(Londra 1118 - Canterbury 1170)

La cattedrale è dedicata al santo inglese Tommaso Becket, arcivescovo di un Canterbury.

Nato a Londra verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, Tommaso fu nominato cancelliere da Enrico II, con il quale fu sempre in rapporto di amicizia. Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Ma occupando questo posto Tommaso si trasformò in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa, inimicandosi il sovrano. Fu ordinato sacerdote e vescovo nel 1162. Dopo aver rifiutato di riconoscere le «Costituzioni di Clarendon» del 1164, però, Tommaso fu costretto alla fuga in Francia, dove visse sei anni di esilio. Ma al rientro come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, il quale, si dice, arrivò a esclamare: «Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?». Fu così che quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto; accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri e si lasciò pugnalare senza opporre resistenza. Era il 23 dicembre del 1170. (Avvenire)

Una delle scelte più indovinate del grande sovrano inglese Enrico II fu quella del suo cancelliere nella persona di Tommaso Becket, nato a Londra da padre normanno verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo. Nelle vesti del cancelliere del regno, Tommaso si sentiva perfettamente a proprio agio: possedeva ambizione, audacia, bellezza e uno spiccato gusto per la magnificenza. All'occorrenza sapeva essere coraggioso, particolarmente quando si trattava di difendere i buoni diritti del suo principe, del quale era intimo amico e compagno nei momenti di distensione e di divertimento.

L'arcivescovo Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Nessuno, e tanto meno il re, prevedeva che un personaggio tanto "chiacchierato" si trasformasse subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa e in uno zelante pastore d'anime. Ma Tommaso aveva avvertito il suo re: "Sire, se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l'amicizia di Vostra Maestà".

Ordinato sacerdote il 3 giugno 1162 e consacrato vescovo il giorno dopo, Tommaso Becket non tardò a mettersi in urto col sovrano. Le "Costituzioni di Clarendon" del 1164 avevano ripristinato certi abusivi diritti regi decaduti. Tommaso Becket rifiutò perciò di riconoscere le nuove leggi e si sottrasse alle ire del re fuggendo in Francia, dove visse sei anni di esilio, conducendo vita ascetica in un monastero cistercense.

Conclusa con il re una pace formale, grazie ai consigli di moderazione di papa Alessandro III, col quale si incontrò, Tommaso poté far ritorno a Canterbury, accolto trionfalmente dai fedeli, che egli salutò con queste parole: "Sono tornato per morire in mezzo a voi". Come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, accettando le "Costituzioni", e il re questa volta perse la pazienza, lasciandosi sfuggire una frase incauta: "Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?".

Ci fu chi si prese questo incarico.

Quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto: "La paura della morte non deve farci perdere di vista la giustizia".

Egli accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri. Si lasciò pugnalare senza opporre resistenza, mormorando: "Accetto la morte per il nome di Gesù e per la Chiesa".

Era il 23 dicembre del 1170.

Tre anni dopo papa Alessandro III iscrisse il suo nome nell'albo dei santi.

 


FESTA DI SAN TOMMASO BECKET PATRONO DELLA COMUNITA’ PARROCCHIALE 27 - 28 - 29  DICEMBRE
 

 Pascasino Vescovo di Lilibeo del V secolo


La data di nascita di Pascasino è incerta, sicuramente è avvenuta tra il 385 e il 390.

Fu eletto Vescovo della Chiesa di Lilibeo nel 417 e per circa quarantanni Lilibeo potè godere dell'esempio e delle opere di un così grande Pastore, di una particolare benedizione in tempi difficili.
L'invasione vandalica di Lilibeo nel 440 fu la prima grande bufera dell'episcopato di Pascasino.
Imprigionato da Genserico, capo dei Vandali e deportato in Africa, soffrì pene e martiri e potè ritornare nella sua Lilibeo dopo due anni. Nel settembre del 447, lo sappiamo a Roma in occasione della incoronazione del Papa Leone. Nel luglio o agosto 451 andò in Oriente per presiedere il Concilio e vi rimase alcuni mesi. Anche la data della sua morte è incerta, sicuramente è avvenuta dopo la rioccupazione di Lilibeo del 455 da parte dei Vandali.
Grande stima legava Papa Leone al Vescovo Pascaino, tanto da consultarlo nel 444 sulla data della Pasqua e da mandarlo a presiedere il concilio di Calcedonia dall'otto al 31 ottobre del 451
 
Il Vescovado di Lilibeo
Delle sede vescovile di Lilibeo c'è traccia agli inizi del secondo secolo d.C.. Infatti in un libro edito a Parigi nel 1643 dal Sirmondo, dal titolo “Praedestinatus” di un autore anonimo, si parla del vescovo Eustachio di Lilibeo che insieme a Teodoro di Palermo, contraddicevano l'eretico Eracleone, autore del dffondersi dell'eresia gnostica in Sicilia.
Fu con l'invasione araba che iniziarono quelle vicende che causarono a Marsala (ormai era questo il nome di Lilibeo) la perdita della cattedra vescovile, che nel 1092 il Conte Ruggero fondò in Mazara.

Nel 1779, l'arciprete Giovanni Fici Fardella dei duchi di Amafi con il sindaco Don Vincenzo Riccio e gli spettabili giurati, fecero richiesta alla Maestà del re e presso la Santa Sede di ottenere la restituzione della sede vescovile, con esito negativo.
Nel 1888 l'arciprete Storiano mandò un'istanza alla Santa Sede dove si chiedeva che il Vescovo di Mazara di dicesse anche di Lilibeo e che la Chiesa Madre venisse chiamata Concattedrale. Richiesta che non godeva dell'appoggio della sede vescovile di Mazara. Le intenzioni dell'arciprete Storiano furono travisate e giudicato intemperante fu isolato e sospeso dall'incarico di arciprete della Chiesa Madre.  
 


S. E. Mons. Domenico Mogavero - Vescovo della Diocesi di Mazara del Vallo -  Membro della CEI



Membro del Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico.

Nel 1995 è stato nominato dal Card. Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, membro del «Comitato della CEI per gli enti e i beni ecclesiastici e per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica».

Nel settembre 1997 è stato nominato dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana condirettore dell’Ufficio Nazionale della CEI per i problemi giuridici.

Nel mese di agosto del 1999 è stato nominato cappellano di Sua Santità.

Nel settembre 1999 dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana è stato nominato direttore dell’Ufficio nazionale della CEI per i problemi giuridici.

Nel maggio 2001 dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana è stato nominato sottosegretario della medesima CEI.

Nel maggio 2006 dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana è stato nominato sottosegretario della medesima Conferenza per un secondo quinquennio.

Da marzo 2007 a settembre 2010 ha svolto l’incarico di Presidente del Consiglio per gli Affari Giuridici della Conferenza Episcopale Italiana.

All’interno della Conferenza Episcopale Siciliana è vescovo delegato per il Sostegno economico alla Chiesa, per i beni culturali e l’edilizia di culto dal mese di gennaio 2008.

Nel mese di settembre 2010 è stato nominato membro della Commissione episcopale della CEI per le migrazioni.



S.E. Mons. Mariano Crociata - Segretario della CEI - già Arciprete Chiesa Madre dal 1989 al 2003



Natale 2001 "UN AUGURIO PER IL MONDO, PER LA CITTÀ, PER TUTTI NOI"

Anche quest’anno mi è data l’opportunità di porgere gli auguri natalizi ai lettori de "Il Vomere"; una opportunità che raccolgo volentieri per allargare un dialogo che può solo arricchire chi vi prende parte. 

Ogni anno il Natale si colora della situazione sociale che viviamo, non soltanto nel nostro piccolo ambiente, ma ormai anche nel villaggio globale che è diventato il nostro mondo. Non vogliamo per questo fare del Natale una occasione per affliggerci ancora di più rievocando tutti i problemi e i drammi che ci assillano in questo momento; ma sarebbe anche peggio cercare una illusoria evasione in una parentesi emotiva passeggera seguita solo da un grande senso di vuoto. La celebrazione del Natale che ritorna ci ritrova tutto sommato sempre alla ricerca di motivi per sperare e per riguadagnare fiducia nel futuro.
 
E la nascita di un bambino è sempre un motivo di speranza e di fiducia. La vita rifiorisce quando viene al mondo una nuova creatura, anche se nello stesso tempo non mancasse qualche affanno più o meno grande. Del resto è proprio ciò che è capitato a Gesù e alla sua famiglia. Di motivi di preoccupazione ne avevano eccome, Maria e Giuseppe; eppure la gioia per la nascita di Gesù fu così grande che si rafforzarono nella certezza che la premura di Dio non viene mai meno. E così accadrà,
 
non senza la loro fattiva collaborazione. Perché Dio non fa niente senza che l’uomo faccia a sua volta la sua parte.
 
Dal momento che è nato Gesù, lui che è il Figlio stesso di Dio, Dio in persona, allora anche noi abbiamo motivo di fiducia e di speranza. Egli non viene a risolvere i problemi al nostro posto; viene invece a restaurare la nostra capacità di affrontarli e superarli, per ritrovare intatta la gioia di vivere e di stare insieme. Lo proclama con parola ferma il profeta Isaia: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: "Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio. Egli viene a salvarvi"» (Is 35,3-4).
 
Allora solo perché rischiarati da questa luce natalizia possiamo formulare un augurio; un augurio – perché no? – al mondo tutto, alla nostra città, a noi che dialoghiamo su queste colonne.
 
Mai è toccato all’umanità di vedere tanti popoli e nazioni del mondo, si potrebbe dire moralmente tutti, mobilitati per schierarsi contro un nemico comune. Una straordinaria compattezza che mentre persegue l’obiettivo necessario di debellare il terrorismo non riesce per questo a nascondere la strumentalità di accordi tra nazioni fino a ieri nemici dichiarati. Siamo compiaciuti della sconfitta di sostenitori dei terroristi, oltre che di terroristi veri e propri, ma non per questo possiamo rallegrarci per la sofferenza di vittime innocenti; siamo consapevoli della gravità del pericolo costituito dal terrorismo, ma non abbiamo la medesima sensibilità alla pena che dovrebbero suscitare le masse diseredate e disperate di affamati e miserabili che muoiono di inedia o premono alle porte dell’Occidente opulento; siamo sollevati dal vedere superate antiche contrapposizioni e inimicizie, ma non siamo abbastanza lucidi per cogliere le premesse di nuovi odi e rivalità tra popoli, nazioni, tribù e gruppi. Ogni augurio in questo contesto diventa fatalmente utopia. Ma di sogni si nutre la fiducia dell’uomo e la fede del credente; non di sogni illusori, generati dalle ombre, bensì di sogni a occhi aperti, che vedono nel futuro la riscossa della pace. L’augurio è allora che in questo nostro mondo venga guarita la follia omicida e nichilista del terrorismo; che i popoli lacerati tra loro o al proprio interno da odi e violenze abbiano il coraggio di sospendere il perseguimento dell’ennesima rappresaglia, per fare spazio al dialogo, all’ascolto, alla ricostruzione di fondamenta di fiducia e di concordia reciproca. Come ha detto Giovanni Paolo II nel messaggio per la prossima giornata mondiale per la pace: non c’è pace senza giustizia, ma nemmeno ci può essere giustizia senza perdono.
 
Anche la nostra città ha bisogno di un particolare augurio natalizio. Non intendo soltanto la città ufficiale e istituzionale, ma ugualmente la città della creativa vitalità civile, culturale, sociale, la città della gente di ogni ceto; una città frastagliata e variegata, che ha bisogno di essere sostenuta nel suo spirito di iniziativa, ma anche accompagnata e sorretta nelle sue fasce più deboli; una città soprattutto dei diritti e dei doveri inseparabili, perché non ci sia chi abbia solo doveri e chi invece solo diritti. Per questo, mentre ci attendiamo servizi efficienti e promozione di opportunità lavorative e occupazionali dalle istituzioni, come cittadini pretendiamo da noi stessi rispetto per le cose di tutti, per il comune spazio civile, e impegno laborioso e onesto; mentre riteniamo legittimo fare delle scelte e stare da una parte, non lasciamoci andare alla opposizione e al contrasto per partito preso. È un ben triste spettacolo vedere che cose buone non si fanno perché non posso essere io o la mia parte a farle, e perciò le ostacolo in ogni modo. E questo ad ogni livello e secondo il posto di responsabilità che si occupa a turno. L’augurio è dunque che si riesca ciascuno a guardare un po’ oltre il proprio piccolo interesse, per imparare a gioire delle cose buone che giovano a tutti.
 
E infine due espressioni di augurio devono essere aggiunte. Innanzitutto l’augurio che possiamo imparare a non lasciare che l’armonia della festa e del giorno di Natale resti solo l’apparenza di un momento, la facciata di rapporti non segnati poi davvero da concordia e solidarietà. Sono gesti, questi di concordia e solidarietà, che devono tradursi in uno sforzo di amicizia e di comprensione e aiuto reciproci; e forse ancor prima di rispetto e di considerazione. E infine l’augurio che noi adulti non ci limitiamo a deplorare il comportamento delle nuove generazioni – là dove è da deplorare – oppure che cerchiamo solo di adularle – là dove non sappiamo come prenderle –, ma che sappiamo essere educatori perché innanzitutto noi stessi educati, cioè cresciuti e maturi (e non solo di età), e che sappiamo essere non solo maestri, ma anche e soprattutto testimoni.
 
Forse sono troppi tutti questi auguri. Ma il Natale è una festa così grande che richiede aspirazioni altrettanto grandi. L’importante è che attese e speranze si trasformino quanto prima in propositi!
 
Auguri!
 
Don Mario Crociata
 
Il Vomere, anno 105, n. 20 (22 dicembre 2001)

 


 

 

Serie Cronologica degli Arcipreti ed Economi della Chiesa Madre
 
1)......  -1394  Sac. Andrea di Margio
2)1394-1415  Sac. Giovanni La Liotta Arciprete e Priore della Madonna della Grotta
3)1415- ......   Adinolfo
4)1430- 1445 Giovanni de Balczano
5)1456-1489  Sac. Nicolò Viviano
6)1489-1511  Sac. Antonio Anello
7)1544-1588 Sac. Andrea De Grignano
8)1559-1571 Mons. Antonino Lombardo: donò gli Arazzi Fiamminghi alla Chiesa Madre
9)1571-1579 Sac. Nicolò Lombardo
10)1579-1628 Sac. Giovan Antonio La Lamia
11)1628-1639 Sac. Nicolò Valenti
12)1639-1641 Sac. Paolo Titone
13)1641-1667 Sac. Francesco Laudicina
14)1667-1668 Economo Sac. Galleo
15)1668-1669 Sac. Giuseppe Lombardo
16)1669-1671 Economo Sac. Saverio Riccio
17)1671-1679 Sac. Giuseppe Foderà
18)1671-1680 Economo Sac. Stefano Giacalone
19)1680-1705 Sac. Cesare Cardinale
20)1705-1709 Can. Carlo Francesco Amodeo
21)1709-1732 Can. Rocco Rubino
22)1733-1749 Can. Vito Pace
23)1750-1760 Can. Giovanni Piazza
24)1760-1805 Can. Pietro Rubino
25)1805-1816 Can. Giovanni Fici: nominato procuratore con amplissimi poteri dal Sindaco  Don Vincenzo Riccio e dai giurati per chiedere l'erezione del vescovado in Marsala
26)     1816     Economo Sac. Ignazio Carmelo Pipitone
27)1817-1835 Can. Giovanni Morana: a lui si riallaccia la fervida devozione alla Addolorata il cui devotissimo simulacro donò alla città
28)1835-1860 Can. Biagio Alagna
29)1860-1867 Can. Vincenzo Rallo
30)1867-1970 Can. Giacomo Abrignani
31)1870-1873 Can. Nicolò Rallo
32)1873-1874 Economo Can. Pietro Mezzapelle
33)1874-1882 Can. Salvatore Abrignani
34)1882-1883 Economo Pietro Mezzapelle
35)1883-1908 Can.Gaspare Storiano 
36)1908-1912 Can. Giuseppe Angileri
37)1912-1930 Can. F. Paolo Chiaramonte: dotò il Duomo del monumentale organo. Andò volontario nella prima guerra mondiale e la chiesa fu retta, in sua assenza, prima dal Can. Ignazio De Maria e dopo dal Can. A. Fiorito.
38)1930-1932 Economo Can. Salvatore Pipitone
39)1932-1944 Can. Calogero Cusumano 
40)1944-1955 Can. Antonino Arini
41)1955-1989 Mons. Can. Andrea Linares
42)1989-2003 Sac. Mariano Crociata, Vescovo e attuale segretario della CEI
43)2003-......   Sac. Giuseppe Ponte